Le stelle sono luminose (parte finale)

L’elevazione del corpo e della mente portarono Karoline alla sublimazione dello spirito.

Il momento in cui riprendo a raccontare è proprio questo: dove il mio pensiero può evincere le reali azioni del protagonista, dove la mia bocca può esprimere un significato logico, dove la mia mano segue la linea intrinseca del giovane uomo e della sua storia.

Quando nella volta celeste si scontrarono elementi dall’inusuale forma e dimensione, una teogonia ebbe inizio a nostra insaputa. Fu la nascita di ogni sapere e comprensione, ciò a cui l’uomo aspira, non tanto quanto individuo in sé, ma quanto essere umano. Il rumore che si manifestò ruppe la calma assoluta dell’idillio celeste, il peso della conoscenza piombò come un macigno in una landa desertica.

Se non avessi assistito, non avrei captato alcun suono, non avrei dato importanza a quegli eventi.

Lo spirito di Karoline collise con il sapere, ne divenne parte, ma distinto nella sua essenza ed esistenza. Il vociare dei suoi pensieri si fece largo nell’infinito, fino a raggiungere coloro che porgevano l’orecchio, curiosi.

Il giovane uomo osservò gli esseri viventi << Quelli sono dinosauri!>> esclamò << Le pattuglie di sicurezza del futuro, quali splendidi esemplari>>. << E quei cavalli di seta? Imponenti nel loro galoppare tra le dune di gelatina color indaco e le splendenti palme di piombo>>. Karoline poteva vedere, poteva capire, poteva soprattutto spiegare, ma quest’ultima azione la tenne per sé.

<<Il senso della vita, lo sento, sono vicino ad esso, ed è semplice…

Probabilmente il sonno gioca brutti scherzi. In questo punto mi addormentai o mi distrassi momentaneamente, fatto sta che non colsi le parole di Karoline.

Mi destai troppo tardi, quando molti avvenimenti avevano già compiuto il loro percorso. Non so cosa successe, ne se fosse interessante. Ma in ogni caso dovrò narrare ciò che accadde ormai giunta l’alba.

Sono spiacente per i lettori, ma non posso rimediare.

Io devo raccontare una storia vera, così come l’ho vista!

Sarei un infame se facessi il contrario.

Il Sole stava per sorgere. In lontananza scomparivano stelle dopo stelle per lasciare posto ad una più grande, almeno per noi.

Il calore e la luminosità stavano aumentando sempre di più, a quella temperatura perfino il fluido più ruvido si sarebbe sciolto.

Rividi Karoline di nuovo seduto sul suo balcone, mentre la tazza di tè era ormai completamente piena.

Le piccole macchie del manto celeste stavano scomparendo, mentre Karoline cercava di raggiungerle nuovamente.

Fallì miseramente.

Triste guardò il pavimento sopra la sua testa, meditò e rimase cogitabondo di fronte al muro.

Tutta quell’interiorità fu distratta da un fastidio, proveniente dal basso, dai pantaloni. La mano di Karoline scivolò velocemente nella fessura dei jeans. Durante il tragitto di ritorno verso casa, alcune stelle si erano subdolamente infiltrate negli indumenti del giovane uomo. Per liberarsi da questo fardello, le luminose entità furono gettate in una lettiera lì vicino.

Poco prima del sorgere del Sole, Karoline stava accarezzando il suo nuovo gatto. Animale comune nella maestosità dell’universo. Il vuoto interiore era stato colmato. Ora la luce dell’alba coccolava con dolcezza la sua figura, mostrando la tranquillità di un animo umano nell’equilibrio interiore.

Qui si conclude la storia, dal momento in cui non c’è più nulla da narrare. O forse non ho più voglia di continuare?!

Ora vi starete chiedendo la mia identità, dico bene?

Avete presente il famoso detto “se i muri potessero parlare…”, ottimo! Osservate con attenzione la casa di Karoline e, se non potete, immaginatela, facendovi guidare da me. Scorriamo le pareti, in un angolo troverete una sedia, anche le sedie hanno il loro “da dire”. Concentratevi su quella sedia, vedete ora?

E sì…

Sono proprio io!

Il fratello di Karoline, che seduto comodamente, ha raccontato questa storia.

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Le stelle sono luminose (parte seconda)

La vera storia inizia proprio in questo momento.

Quello raccontato fin ora potreste anche non leggerlo, è inutile ai fini della narrazione; forse solo qualche informazione è necessaria, ma di certo non tutto quello che è stato detto.

Karoline stava, giustappunto, degustando dell’ottimo infuso di erbe aromatiche e di peli d’animale sul proprio balcone. Il giovane uomo pensava alla maestosità dell’universo, mentre osservava il cielo ricco di piccoli puntini luminosi <<come è maestoso l’universo>> ripeteva incessantemente come se qualcuno potesse ascoltarlo dall’alto, stolto!

<<Troverò di certo un nuovo gatto, nella maestosità di questo universo>> cercava di convincersi, per deviare da quella monotonia che lo attanagliava a causa della scomparsa del suo amato felino. <<Ma nel frattempo cosa potrei fare?>> si domandava senza trovare alcuna risposta, la noia ormai lo aveva invaso in ogni suo fibra fisica e mentale.

Ad un certo punto, nel giorno di cui sto raccontando, ad un’ora imprecisata, ma di sicuro durante la sera, Karoline alzò le mani verso il cielo e con un abile movimento di polso riuscì a creare una scala che lo collegasse con le stelle. <<Andrò a fare un giretto aspettando il sorgere del Sole>> diceva tra sé e sé mentre molto lentamente alternava il piede destro al sinistro sopra i vari gradini celesti, verso una meta indefinita. Durante la sua ascensione, potè osservare tutto il mondo terreno, le stelle illuminavano perfettamente ogni cosa: edifici e…

… in realtà solo quelli, perché Karoline risiede in un complesso abitativo circondato solo da enormi palazzi, senza alberi, senza verde. Forse per questo motivo, il giovane uomo ha costruito all’interno della propria casa un habitat perfetto per ogni tipo di flora e di fauna.

Ma continuiamo, non sono qui per fare congetture! Il mio scopo è raccontare una storia vera, così come l’ho vista.

Riprendiamo.

Karoline, per diminuire la fatica durante il tragitto, stava ascendendo al cielo per mezzo di un ascensore celeste, quale modo più semplice se non quello di una somiglianza semantica? Le pareti della cabina erano trasparenti, in questo modo il giovane uomo aveva la possibilità di ammirare le meraviglie sottostanti. Di fianco a lui, tantissimi altri si stavano innalzando al cielo per mezzo dei più disparati mezzi di trasporto: scale mobili celesti, scale celesti tradizionali (tradizionali perché non si muovono? Perché sono sempre statiche?), scivoli celesti che, piuttosto che farti scivolare, ti trascinavano verso l’alto. Tutti erano più lenti di Karoline, proprio perché la via migliore per salire al cielo era utilizzare l’ascensore. Ovviamente.

<<Ciao piccoli procioni>> salutava il giovane uomo dall’alto della sua posizione privilegiata, metaforizzando gli altri essere umani a questi animali, la cui caratteristica principale è ben chiara al lettore.

La durata del viaggio per raggiungere il cielo dipende dal mezzo utilizzato, per farvi capire, se dovessi farne una media direi circa del tempo. Proprio dopo questo tempo, Karoline raggiunse l’apice della volta celeste, dove numerosissime stelle brillavano lontane, intoccabili. Il piano celeste era inumano per la sua bellezza, indicibile nella sua meravigliosa tranquillità. L’ambiente in cui era immerso Karoline era rilassante, quasi utopico per la mente. Il giovane uomo si lasciò trasportare dalla corrente dei sensi, sollecitando sia il piacere fisico sia il piacere intellettuale. Iniziò a volteggiare in un’estasi ascetica, al di sopra di ogni concezione umana.

Le parole terrene non possono spiegare questo tipo di concetto e lo limiterebbero ulteriormente. Nel caro lettore insorgerà una difficoltà di comprensione, se lui stesso non abbia sperimentato personalmente tale situazione. Lascerò all’immaginazione, o all’esperienza, la restante parte descrittiva e narrativa di questo speciale momento.

La notte è ancora lunga, la storia che voglio raccontare nemmeno all’inizio, sebbene abbia più volte dichiarato il contrario.

Tutto questo è veramente superfluo!

Dovrei giungere al succo della narrazione, ma come ho detto la notte è ancora lunga.

Almeno per me.

 

Le stelle sono luminose (parte prima)

Karoline, il protagonista di questa storia, è un giovane uomo amante di ogni essere vivente. Una persona dall’animo gentile; se fosse un colore sarebbe di certo il bianco. Durante il giorno lo si può osservare mentre cura i suoi adorati animali domestici, la notte amoreggia con la flora sparsa nel suo appartamento; se fosse un colore sarebbe il verde. Gli piace sorseggiare il tè sul balcone nei momenti liberi, immergendo nell’infuso i peli persi dagli animali in ogni angolo della casa; se fosse un colore sarebbe il rosso. Il Sole lo bacia nelle giornate calde, le stelle lo illuminano nelle notti più oscure; se fosse un colore sarebbe il giallo. La storia che voglio raccontare inizia nel momento in cui ne finisce un’altra: in casa di Karoline sta per fare la sua comparsa un nuovo inquilino, mentre un secondo ormai se ne è andato; se questa storia fosse un colore sarebbe una farfalla.

Karoline accoglie tutte le creature bisognose senza timore, lo spazio in casa sua c’è sempre o viene realizzato appositamente. Un giorno qualunque, di un mese qualunque, di un anno qualunque, mentre passeggiava per strada aveva trovato un uovo all’interno di un cassonetto, era stato gettato come spazzatura, come se la sua esistenza fosse insignificante o priva di valore. Karoline si commosse alla vista di quel guscio ellittico e candido. Così, pensando fosse l’uovo di un cane, lo portò a casa in attesa della sua schiusura e della nascita di un dolce cucciolo. Quando il perlaceo guscio si ruppe, un pinguino fece capolino nella vita di Karoline, in quel preciso momento il giovane uomo si ricordò che i cani non depongono uova. Ci sono tanti altri racconti simili, ma sarebbe tedioso ascoltarli tutti e nella loro interezza, pertanto elencherò gli animali domestici di Karoline, almeno finché la stanchezza non prenderà il sopravvento: oltre al pinguino, un pesce rosso, due gatti, un cane, un ornitorinco, sette anguille, un dromedario, zero cammelli, un’aquila, cinque elefanti, venti mosche, sei api, quindici balene, animali pelosi, piumati, squamosi, viscidi, ma nessuno ultraterreno.

D’altro canto quando una di queste creature lascia l’abitazione, il giovane uomo si sente in dovere di rimpiazzarla. Il legame che si instaura tra lui e il mondo è estremamente forte, perciò nel momento di perdita si crea un vuoto nelle profondità di Karoline. L’unico modo per riempire questo malinconico vortice interiore è ristabilire l’equilibrio sensoriale dopo la privazione.

Questa storia prende avvio quando uno dei gatti di Karoline perse la vita, esattamente all’età di tre anni, tredici mesi, trecentosessantasei giorni. Era un gatto allegro, a cui piaceva giocare tutto il giorno. Ma questo suo lato non impressionava Karoline, ciò che caratterizzava questo animale era la sua capacità culinaria. Riusciva a preparare squisiti manicaretti: pietanze dolci, salate, agrodolci, agrosalate, tutte una delizia. La tavola imbandita con queste pietanze richiamava ogni singola creatura nella casa, dando così avvio a lunghi lunghissimi pasti. Nei giorni successivi alla morte dell’adorato gatto, la tavola continuava ad essere diligentemente preparata. Karoline pensò che i gatti non sanno cucinare, anzi a loro piace essere serviti, quindi era impossibile un atto del genere da parte di quell’animale ormai trapassato. Fino a quel momento aveva vissuto nella menzogna, probabilmente era lui stesso a preparare il cibo senza accorgersene. Poi invece si ricordò che gli elefanti sanno cucinare egregiamente, senza alcun dubbio uno di loro era quell’abile chef. Karoline non si fece mai più nessun quesito sull’argomento.

Come detto precedentemente la caratteristica del defunto gatto, che Karoline adorava di più, era la sua giocosità, una vivacità primitiva e pertanto spensierata. Ora il giovane uomo avrebbe vissuto nell’ombra della noia, senza il divertimento procurato dal suo amico felino.

<<Devo rimediare immediatamente!>> pensava il giovane uomo tre giorni dopo alla dipartita terrena dell’animale <<domani andrò a cercare un nuovo gatto, ormai si è fatto tardi!>>

Nel frattempo sorseggiava una tazza di tè alla luce delle morbide stelle della volta celeste.

Non toglietemi le sicurezze della vita

Parlare di sicurezze può risultare complesso, pertanto cercherò di dare la mia visione personale riguardo a questo argomento.

Nella vita ciò che noi consideriamo sicurezza può essere espressa solo a posteriori: la sicurezza che possiamo avere è inerente a ciò che si è già verificato, ovvero quello che ormai è entrato a far parte della STORIA.

La STORIA di cui parlo è sia il passato della società/mondo/esistenza del genere umano sia quello individuale/personale/idiosincraticamente unico. (Considerando ovviamente i limiti d’anacronismo, di influenza sociale e culturale delle persone: come essi abbiano vissuto, ricordino, raccontino o leggano la STORIA.)

Tutto ciò che crediamo sicurezza a priori non è altro che fede/fiducia in quel determinato evento.

Attraverso le nostre esperienze possiamo cercare di predire o di organizzare situazioni future e presenti, ma fintanto che esse non si siano realizzate e concluse (e ne veniamo a conoscenza) non è possibile sostenerle come sicurezze assolute.

Esaminare questa STORIA è necessario per apprendere informazioni sulla società o sull’individuo e capire (in parte) con quale visione si affronti il “divenire”.

Non toglietemi le sicurezze della vita, ciò che mi è accaduto personalmente ed è accaduto storicamente, perché sono parte di me e rappresentano il modo in cui affronto il futuro nella sua incertezza.

Piango sui propositi dell’anno (2016)

La giungla dei social network si è riempita di “post” a prima vista personali e unici, ma che possono essere facilmente tematizzati in un’ideologia comune: i buoni propositi per l’anno nuovo. Ognuno esprime la propria volontà di migliorare, crescere, compiere progetti in un arco di tempo di 365 giorni; in aggiunta si analizza il bilancio complessivo dell’anno appena trascorso, valorizzando i lati positivi e demonizzando quelli negativi.

Non voglio avere la presunzione di giudicare questo comportamento che di certo può essere stimolante per chi ne usufruisce, acquisendo un valore importante.

Il problema dove sorge, quindi?

Quando le persone mi incalzano per sapere come sia andato il mio anno, per conoscere i buoni propositi e per capire se abbia superato preoccupazioni/traumi.

Si scontrano inesorabilmente contro un muro invalicabile. Rimangono stupefatti e, anzi, pensano che nascondi loro qualcosa.

Il concetto che voglio esprimere è semplice: non riesco a vedere un anno temporale come un pacchetto esperienziale.

Mi spiego meglio.

Moduli di 365 giorni, scientificamente e socialmente condivisi, non sono importanti per quanto riguarda i miei progetti e il mio modo di essere. Eventi importanti e/o situazioni sgradevoli si vivono anche a cavallo dei vari anni, possono durare per periodi brevi o prolungarsi per archi lunghissimi.

I buoni propositi possono nascere ad anno già avviato, gli eventi svantaggiosi superati in qualsiasi momento ed analizzati quando ci sentiamo pronti. Non riesco a considerare un punto di partenza temporale più importante di un altro.

La fortuna e la sfortuna sono in agguato in ogni momento, altamente al di fuori di ogni preciso e scrupoloso controllo. Sta a noi affrontare gli avvenimenti, siano essi positivi o negativi, grazie alle nostre abilità e alle conoscenze acquisite nel tempo.

Piango sui miei propositi per l’anno nuovo; piango sul nulla, perché non ne ho!

 

Show dei talenti (parte finale)

“Cover” ripeteva disperatamente Sider nella sua testa. All’improvviso un’idea gli balenò nella mente come quando, sotto la doccia, l’acqua ti avvolge nel suo caldo abbraccio e mille idee geniali inondano il tuo lato creativo.

“Potrei…” osò pronunciare con voce flebile “… potrei avere un’altra possibilità? Questa volta una cover”.

I giudici si guardarono vicendevolmente e annuirono in segno di approvazione; gli occhi di Sider si illuminarono a quel gesto, l’opportunità di diventare un cantante non era ancora sfuggita dalle sue mani.

Per eseguire una performance adeguata, Sider necessitava di una chitarra e un tecnico uscì prontamente dalle quinte per soddisfare la sua richiesta.

Il ragazzo si sedette a cavalcioni sul bordo del palco, imbracciò la chitarra con tutta l’energia in corpo e si avvicinò al microfono “Questa canzone ha un forte significato per me!”

La sua anima si espanse attraverso la sua voce, il suo cuore si aprì e le calde parole che uscirono dalla sua bocca deliziarono il pubblico.

L’esibizione fu struggente e altamente emozionante: Sider aveva messo in scena il lato di sé che solitamente teneva nascosto.

Il silenzio regnava sovrano fino a che uno dei giudici ruppe quel momento quasi surreale e magico.

“Mi hai toccato dentro, non pensavo che potessi essere in grado di fare una cosa del genere. Sono sbalordito”. Il giudice, che precedentemente aveva negato il passaggio di Sider alla fase successiva, sembrava essersi redento. “Però ho visto un cambio così repentino da un momento all’altro, posso fidarmi di una persona del genere?” domandò con schiettezza.

Sider fu preso da sgomento, ma in maniera inaspettata rispose con semplicità e spontaneità “credo che la musica non sia una cosa unica all’interno di una persona: la musica può far divertire, può e deve far ridere; la musica può trasmettere messaggi, può veicolare le proprie idee; la musica deve suscitare emozioni profonde, può provocare scalpore e lasciare cicatrici nell’anima. Se riesco in uno di questi intenti io ho fatto musica e sono fiero di aver cantato, raggiungendo il pubblico in un modo o nell’altro!”

Il giudice sorrise all’affermazione di Sider “va bene, per adesso ti do il mio SÍ. Vedremo nelle prossime fasi come ti comporterai”.


“Ora verrà consegnata ad ognuno di voi una lista con i titoli delle canzoni che dovrete cantare nella prossima fase” la voce metallica fuoriusciva ad intervalli regolari dal trasmettitore appeso al soffitto, la sua litania ruppe la calma che si era creata dopo la prima fase dello show.

Il gruppo dei vincitori contava circa 30 partecipanti, prontamente posizionati dagli organizzatori del programma in una stanza d’attesa.

“Limitate i contatti, quando sarà chiamato il vostro numero superate la porta in fondo alla sala e aspettate!” questi erano gli ordini dettati dall’altoparlante.

“505” nella sala era rimasta una dozzina di persone, finalmente era il turno di Sider.

Il ragazzo si alzò da un angolo della stanza, fino a quel momento era rimasto isolato perché non era riuscito a trovare facce conosciute ed aveva limitato i contatti come era stato imposto.

Non appena superò lo porta che gli era stata indicata, si trovò in un luogo angusto dove erano presenti solo un tavolo con due sedie.

All’altra estremità un signore sulla cinquantina fissava davanti a sé “prego si sieda numero 505” disse mentre estraeva un foglio da un plico sul tavolo.

“Mi chiamo Sider” disse il ragazzo.

L’uomo non lo degnò di uno sguardo “505 questa è la sua lista, abbiamo scelto per lei 3 canzoni. Le saranno fornite base e testo, tra una settimana ci sarà la seconda fase ad eliminazione dello show. La aspettiamo puntuale” queste parole sembravano meccaniche, come se quella persona fosse un automa.

Sider prese il foglio in mano e lo esaminò “le conosco queste canzoni, ma non sono il mio genere. Non potrei avere altre opzioni?” chiese gentilmente.

La risposta sbalordì il ragazzo, la freddezza del suo interlocutore era inumana “io non faccio le regole, se ti hanno assegnato queste canzoni c’è un motivo. Il motivo è semplice: devi cantarle! Ora puoi uscire dalla porta dietro di me e non da quella da cui sei entrato. Una settimana e dovrai esibirti, puntuale!”

Sider non poté controbattere, si alzò della sedia e con passo desolato lasciò quel luogo.


“Numero 505? Per favore venga con noi” due energumeni in giacca e cravatta si posizionarono di fronte a Sider fissandolo negli occhi.

Il ragazzo obbedì più per paura che per volontà e seguì i due uomini in uno stanzino appartato, al cui interno era presente un giovane molto elegante.

“505, giusto? Sider se non sbaglio” il nuovo personaggio sorrise calorosamente “bene, bene! Ho sentito che nell’esibizione di oggi non si atterrà alla nostra lista. Eh… Le voci corrono! Comunque non le conviene farlo. Non mi piacciono le persone che fanno ciò che gli pare” spalancò la bocca in un sorriso a 32 denti, ma questa volta il suo sguardo era minaccioso.

Sider non sapeva cosa rispondere, non si capacitava di come l’avessero scoperto.

“In ogni caso se non ti attieni a ciò che le abbiamo detto, i giudici hanno l’ordine di non farla passare alla fase finale. In questo modo diciamo che sarà eliminato per sempre dal mondo musicale e mi assicurerò che lei non ne faccia mai parte. Ora caro 505 ha due possibilità: o fa come le diciamo o firma questo foglio in cui attesta la rinuncia ad un posto in questo spettacolo e potrà continuare per la sua strada, da solo. Ora spetta a lei!” così dichiarò l’uomo, mentre porgeva un foglio e una a penna a Sider.

Mille pensieri affollarono la testa del giovane “ho una mia identità, la posso accartocciare così come se nulla fosse?” “ma se non faccio come dicono, sono finito!” “se cominciano a controllarmi ora, che farò poi? Dovrò sempre sottostare alle loro regole” “io voglio cantare le mie canzoni, ciò che canto è speciale! Ma sarà davvero così?” “non voglio essere modellato come tutti gli altri, la mia personalità e creatività sono uniche” “sono così sicuro di essere speciale? Fino ad ora non ho concluso nulla”.

Sider prese il foglio e la penna, li strinse nelle sue mani per alcuni minuti. Guardò negli occhi gli uomini davanti a lui e, dopo aver annuito, riconsegnò il materiale che gli era stato affidato e uscì dalla stanza.

Sulla lunga linea in fondo al foglio, nello spazio predisposto per la firma…

Show dei talenti (parte prima)

“Anche a me hanno sempre detto così, ma oggi è la nostra occasione! Non credi anche tu?”

“Si, dobbiamo metterci il massimo impegno e vedrai che entrambi riusciremo a passare il turno; quando saremo sul palco dobbiamo esibirci nella nostra miglior performance”.

“Soprattutto perché questa sarà la mia ultima occasione, se fallisco oggi lascerò questo mondo”.

“Mi sembri leggermente drastico, non puoi accantonare la musica a tuo piacimento perché sappiamo entrambi la sua importanza: è la nostra passione e il nostro amore! Non essere ridicolo ci saranno altre possibilità, ne sono sicuro!”

“Oramai sono cinque anni che provo a sfondare nello spettacolo, evidentemente non sono abbastanza bravo. I miei genitori sono stanchi di questa situazione e se non guadagno con ciò che amo fare, sarò costretto a trovarmi un vero modo per vivere”.

“La pensi davvero in questo modo?”

“No, però…”

“505 è il tuo turno” una voce metallica interruppe la discussione tra i due ragazzi.

“… devo andare hanno chiamato il mio numero, spero di rivederti alla fase successiva”.

“In bocca al lupo!”

“Così sia!”

Un ragazzo comune, dall’aspetto insignificante apparì sull’enorme palco; il suo passo lento e titubante trasudava palesemente l’insicurezza, l’agitazione e la paura di fallire in quella che lui aveva definito la SUA ULTIMA OCCASIONE.

“Ciao come ti chiami?” una voce femminile fece capolino, mentre il ragazzo stava cercando di mettersi a suo agio e calmarsi.

“Sono Sider, ho 25 anni” il suo tono era sommesso e alquanto insicuro dato che non si era ancora ambientato nella situazione particolare in cui si trovava.

Sider non si era mai esibito di fronte ad un pubblico così vasto, ma per ottenere successo nel mondo discografico avrebbe dovuto abituarsi a contesti simili.

“Bene il 505 è Sider” disse la donna guardando le altre due persone al suo fianco “e quale canzone hai deciso di portare per la tua performance di oggi?”

“Sono un cantautore e quindi vi farò ascoltare uno dei miei pezzi personali, sia base sia testo sono stati creati da me; spero vi piaccia!” da quel momento la prova decisiva per Sider era iniziata.

Le luci si posizionarono sull’esile figura del ragazzo, accecandolo momentaneamente, la tensione era palpabile ma non appena Sider avvicinò il microfono alla bocca ogni insicurezza svanì.

Tutti gli artefatti intorno a lui sparirono: giudici, riflettori, pubblico erano solo un’immagine di sottofondo; sul palco c’erano solo Sider e la propria musica.

L’esibizione fu esilarante e spettacolare, la canzone scritta da Sider era un mix di metafore che rappresentavano la società in maniera ironica e geniale.

Alcune volte il testo della canzone si spingeva verso paragoni non facilmente comprensibili al primo ascolto, ma nella sua totalità la performance fu divertente e accolta di buon grado dal pubblico.

Il boato che proveniva dagli spalti era assordante e si stava prolungando per un lungo periodo di tempo, in quel momento l’unica cosa di cui era preoccupato Sider era il verdetto dei giudici e non il feedback degli spettatori.

Non appena l’estasi delle persone si placò, i tre giudizi iniziarono ad esprimere i propri pareri sullo spettacolo proposto dal numero 505.

“Molto interessante e finalmente ho visto qualcosa di diverso” esordì il giudice donna “il mio voto è senza alcun dubbio un SÍ!”

Il primo giudizio positivo era stato espresso, ma il percorso era ancora arduo. Per riuscire a superare la fase preliminare dello show Sider avrebbe dovuto ricevere almeno un altro “sì” dai giudici.

“Personalmente non sei stato di mio gradimento, a pelle non mi piace il modo in cui canti. Mi dispiace ma secondo il mio parere non hai una buona prospettiva commerciale. Il mio voto come avrai capito è un no” asserì con decisione e senza alcun ripensamento il giudice seduto a destra della donna.

Uno spiacevole macigno cadde sopra Sider, le parole del giudice risuonavano morbose nella sua testa “nessuna prospettiva commerciale” “per me è no”; aria uscita così leggera dalla bocca di una persona, che in realtà possedeva un peso enorme per il giovane uomo.

Ora il destino di Sider era nella mani dell’ultimo giudice, la sua decisione sarebbe stata quella decisiva.

“Il modo in cui canti, lo stile possiamo dire, è l’opposto di quello che sto cercando. La tua canzone può essere gradevole, ma questa competizione verte intorno alle cover. Penso che con la tua voce tu non sia in grado di poter andare avanti in maniera competitiva. Quindi…” il giudice fece una breve pausa “anche per me è no mi dispiace”.

Per Sider era davvero finita: le sue convinzioni di non essere all’altezza si consolidarono.

Fino a quel momento aveva pensato di non essere stato abbastanza fortunato nel trovare occasioni giuste per esprimersi e mostrare le sua capacità, ma ora era chiaro.

Ammutolito osservò davanti a se, fissò i giudici senza dire una parola e abbassò il capo ormai immerso nello sconforto.

Non era adatto a diventare un cantante, il suo sogno era svanito ancor prima di cominciare.

Il flusso sul lago

Le mie gambe sono così strane in questo momento sembrano senza vita lì a penzolare nel vuoto risi ad osservarle morte si sembrano morte le mie gambe recentemente avevo perso mio nonno era deceduto in un incidente aereo con le sovvenzioni dello Stato tutte le persone in pensione iniziavano a viaggiare intorno al mondo forse era addirittura lo Stato ad aver creato fondi per far viaggiare gli anziani forse per farli sentire meno inutili? non posso esserne certo non mi è mai piaciuta la politica la trovo noiosa preferisco costruire, ma la società ci impone vincoli sui lavori ci dice cosa dobbiamo fare non mi è mai piaciuto il nostro sistema ma alla fine è inutile pensarci non posso fare niente come le mie gambe sembrano proprio morte il giorno del funerale di mio nonno ho visto mio fratello piangere erano molto legati io lo ero un po’ meno ma si sa che le persone hanno preferenze per me stare insieme al nonno paterno o materno era indifferente anche le nonne andavano bene l’occhio ha iniziato a lacrimarmi il vento mi ha sempre dato fastidio ma non quella volta al funerale di mio nonno lì non piansi consolai mio fratello lo aveva appena lasciato la ragazza quella era la seconda volta che lo vidi piangere ma era un dolore diverso ora vive lontano ci vediamo una volta all’anno nella festività preposta al ritrovo famigliare lui è il preferito della famiglia dopo scuola ha trovato subito lavoro è un grande ballerino invece le mie gambe inermi stanno dondolando avanti e indietro non sono mai stato bravo nelle attività fisiche o nelle arti nemmeno un grande pensatore ma so aggiustare bene le cose, quella volta a mia madre riparai il frullatore non mi ringraziò i suoi occhi erano puntati su mio fratello che grande ballerino io avevo concluso gli studi ormai da due anni al giorno d’oggi subito dopo il diploma la società ti assicura un lavoro ma ormai tutte le scuole sono di musica spettacolo ballo no non fa per me io sono bravo a costruire, quella volta avevo riparato il televisore era un ferro vecchio ma grazie a me era tornato come nuovo anzi forse meglio ma a mio padre interessava lo spettacolo di mio fratello lui sì che è un bravo ballerino era uscito con il massimo dei voti nella scuola d’arte che io stesso ho frequentato sono stato uno studente decente non ho mai brillato in alcuna attività io sono bravo a costruire, ma la società ci impone rigide strade da percorrere forse non sono nemmeno così prestabilite ma se non ti adegui probabilmente finisci senza soldi anche se sei bravo in qualcos’altro ad esempio io sono bravo a costruire, ma ormai le macchine fanno quel lavoro ci sono i progettisti della macchine ma io non sono capace non ci arrivo in quelle cose infatti me lo hanno sempre ripetuto alla fine ero uno studente nella media anzi forse anche sotto la media non sono bravo come mio fratello lui ha trovato subito lavoro in uno dei più prestigiosi teatri del nostro paese e gira per il mondo io al massimo giro per casa vivo ancora con i mei genitori perché non ho un lavoro mi fanno sentire come un peso non concludo mai nulla ma io sono bravo a riparare, l’altro giorno ho controllato il frigo aveva un’anomalia ho fatto risparmiare dei soldi credo ma mio fratello si esibiva a Mesck era addirittura in TV quella televisione l’avevo riparata cinque mesi fa funziona ancora sono proprio bravo a riparare, ma non conta nulla per trovare un lavoro avevo fatto diversi colloqui ma tutti mi guardavano sempre male non avevo tatuaggi mia madre mi ha sempre detto di farne uno ce l’hanno tutti non potevo essere il diverso già che non ero come mio fratello così propenso alla danza ciò che la società considera l’eccellenza oggi io avrei potuto trovare un lavoro onesto avrei potuto insegnare ai più piccoli suonare la chitarra il mio diploma era in musica dieci anni passati a studiare una cosa che non mi soddisfa tutt’ora quando prendo in mano quello strumento sento una fitta allo stomaco come se mi picchiassero sono destinato a vivere in questa società sono chiuso in un involucro da cui è impossibile uscire il peso dei miei fallimenti è sempre più schiacciante ora mi manca il fiato devo respirare ma non riesco il mio corpo lo sento rigido mentre le mie gambe si ergono sopra a quell’ammasso di acqua il lago Karoshi è sotto di me sto seduto sul ponte sento le onde infrangersi contro la struttura metallica penso che mi lascerò cadere ecco l’ho fatto la fresca brezza mi accarezza da capo a piedi il rumore del vento mi risuona forte nei timpani chiudo gli occhi e sorrido penso che andrà tutto bene io sono bravo a costruire, oggi avevo già sorriso due volte era da tanto tempo che non mi sentivo così la caduta mi sembra interminabile il rumore del vento da piacevole diventa sempre più fastidioso si acuisce ogni secondo apro gli occhi per il fastidio, da parte a me un signore che mi osserva mi dice qualcosa non lo ascolto il rumore del vento è ancora nelle mie orecchie sento un improvviso dolore al braccio lo guardo con aria stupefatta sorrido nuovamente quel rumore riverbera ancora “abbiamo finito” percepisco mentre la mia mente sta ancora vagando esco dall’edificio in cui mi trovo mi guardo il braccio che bello io sopra il ponte osservavo l’acqua con le gambe distese nel vuoto un tatuaggio perfetto ora è il tempo di trovarmi quel lavoro.

Il figlio (parte finale)

“Oggi andiamo da un bravo dottore” disse la madre di Rember al figlio, che a queste parole iniziò a piangere disperatamente. “Non preoccuparti” la donna cercò di rassicurarlo “questo è molto meglio dell’altra volta, questo dottore è il migliore!” esclamò con forza e determinazione, quasi volesse contagiarlo del proprio entusiasmo.

Rember, tuttavia, continuò a gemere preoccupato e iniziò a scuotere la testa in segno di dissenso; con tutta la forza in corpo si ancorò alla gamba del proprio letto e con decisone non volle abbandonare la presa.

“Smettila di fare i capricci” ordinò imperativa la madre “e ora vieni con me senza fare tante storie” i suoi occhi si tinsero di rabbia e con la stessa ferocia strappò il bambino dal suo appiglio “lo faccio per il tuo bene” sentenziò aspramente.


Un’ampia sala con le pareti bianche immacolate accolse Rember e la madre, che fu subito soddisfatta dell’ambiente in cui si trovavano. Una dolce infermiera li ricevette e invitò loro a sedersi durante l’attesa, in quella sala d’aspetto così professionale.

Da una porta in fondo alla stanza apparve un uomo dalla statura possente, avvolto nel suo candido camice. Il suo aspetto era così elegante e autoritario, che conquistò immediatamente la donna. “Signora Rotten, la prego si accomodi” la voce del dottore riverberò con vigore nell’aria.

La donna spiegò la situazione al medico in ogni minimo dettaglio “dottor Zepam c’è qualche speranza?” chiese non vedendo un barlume di speranza in fondo a quel tunnel oscuro.

“Signora c’è sempre una soluzione” rispose orgoglioso “in fin dei conti dobbiamo solamente portare suo figlio da uno stato A negativo ad uno B positivo” il medico estrasse una cartellina da un cassetto e la porse alla signora “ci sono molti modi per giungere al nostro obiettivo. Legga il contenuto di quel fascicolo: è una cura sperimentale e innovativa, diciamo pioneristica nell’ambito medico, creata da me con alcuni colleghi”.

La signora ispezionò velocemente il contenuto del plico “Ma funziona?” in realtà non aveva capito quasi nulla, ma non importava dato che il medico le aveva assicurato una soluzione efficace.

“Questa cura è stata sottoposta a cinque soggetti e tutti i risultati sono stati soddisfacenti: le garantisco che suo figlio non avrà più problemi”.

Il viso della donna si fece raggiante, si illuminò per la felicità e non riuscì a contenere la propria gioia “Bene, sì… è proprio quello che cercavo” strepitò appagata “quando si può iniziare?”

“Prima dovrò visitare il piccolo Rember e in uno o due giorni possiamo iniziare” si alzò e aprì un armadietto, prelevando un piccolo flaconcino bianco sulla cui etichetta spiccava una piccola faccia gialla e sorridente “con queste pillole andiamo ad intervenire su alcune zone del cervello, in questo modo vedrà cambiamenti in suo figlio. Dopo aver visitato il bambino, le spiegherò la dose giornaliera e la modalità d’assunzione della medicina”.


“Prendi la tua caramellina Rember” la donna porse una pastiglia dalla forma ellittica al bambino “ti vengo a prendere io quando finisci la scuola, a pranzo viene da noi quel tuo amichetto a mangiare?” chiese conoscendo già la risposta, ma godendo nel sentirsela dare da suo figlio.

Rember annuì senza pronunciare altre parole, ma rallegrò la madre per la risposta affermativa.

Il bambino uscì da casa e si diresse verso il pulmino della scuola, che in tutta la sua ingombrante eleganza aspettava alla fermata prestabilita di fronte all’abitazione.

“Ora prende anche il pulmino, prima dovevamo portarlo noi a scuola” disse con occhi pieni di speranza al marito “e poi dopo arriva anche un suo amico a mangiare, non vedo l’ora” esaltata scambiava queste parole con il proprio consorte, che gioiva anch’esso ma in maniera più contenuta.


Il dottor Andt nel suo giorno libero passò davanti ad una scuola e casualmente vide dei bambini divertirsi in cortile durante la ricreazione; con la coda dell’occhio gli sembrò di scrutare il piccolo Rember che giocava spensierato con i suoi coetanei. Non era del tutto sicuro che fosse Rember, ma non poteva nemmeno escluderlo a priori poiché lo aveva visto solo una volta e i tratti del suo viso erano abbastanza generici.

Le tristi parole del bambino gli riaffiorarono nella mente “non gioco con gli altri, non mi capiscono, a loro piace fare altre cose” “non mi piace parlare nemmeno con i miei genitori, urlano sempre e mi sgridano” “a me piace disegnare, da grande diventerò un artista; si come quello che ho visto nei libri di nonna, aveva fatto un’opera bellissima c’erano due tigri ed un pesce, uno usciva dalla bocca dell’altro”.

Il figlio (parte prima)

La calda aria d’estate era più soffocante del normale, Luglio metteva a dura prova la resistenza di qualsiasi persona vivesse nella piccola cittadina di Lienbrj.

Una torrida cappa di calore muoveva i propri tentacoli in ogni anfratto, senza nessuna eccezione: i quaranta gradi che si depositavano sulla pelle rendevano pesante ogni movimento.

Il giovane Rember, oltre a sopportare questa temperatura arsa, era sottoposto a critiche e rimproveri dei propri genitori: “perché non esci a giocare?” “Trovati qualche amico, non puoi restare sempre in casa” “non hai nessun gioco, perché non sei come gli altri”.

Un giorno sua madre gli si avvicinò e dopo averlo guardato negli occhi disse “Oggi andiamo a fare un giro insieme, ti porto da un mio amico”. Suo figlio non la degnò di una risposta e continuò a far roteare una piccola penna tra le mani, osservandola animatamente e perdendosi nei suoi movimenti.

La madre infastidita dal comportamento di Rember, poco rispettoso a suo avviso, lo strattonò per il braccio e contro la sua volontà lo fece salire sulla macchina. Lo sguardo del giovane perse ogni sprizzo di energia e vitalità, mentre scrutava svogliatamente il paesaggio dal finestrino della macchina.


Il pomeriggio precedente i suoi genitori avevano avuto un’ardua discussione sui comportamenti tenuti da Rember: “è il diverso e a scuola non ha alcun amico, è il peggiore della classe” affermò la madre rivolgendosi al marito.

“Magari è solo un periodo di passaggio, una cosa momentanea” cercò di rassicurarla l’uomo, sebbene la voce tremolante e insicura tradisse il suo reale pensiero sulla questione.

“Dobbiamo fare assolutamente qualcosa” la donna era categorica “ne va della salute di nostro figlio, sono certa che non può vivere bene così” scoppiò in lacrime per la disperazione e per l’enorme stress che aveva accumulato fino a quel momento. “Frequenta la quarta elementare e in questi anni non è riuscito a farsi un amico, le maestre dicono che è al di sotto della media. Va bene avere un figlio un po’ stupido, ma almeno che possa vivere felice e insieme agli altri” si sfogò la donna, buttandosi tra le braccia del marito.

“Posso chiedere ad un mio conoscente il numero di uno psicologo, mi ha riferito che di questi tempi sono molto ricercati e preparati” l’uomo guardò la moglie negli occhi “andrà tutto bene” con queste parole i due si rasserenarono, un professionista li avrebbe di certo aiutati.


“Prego si accomodi signora” madre e figlio avevano raggiunto l’ufficio di uno psicologo del paese vicino a Lienbrj “sono il dottor Andt” si presentò con una stretta di mano decisa. “Lei deve essere…” Andt sfogliò alcuni plichi sul proprio tavolo e dopo qualche minuto estrasse un foglio “la signora Rotten, ci siamo sentiti per telefono”.

La donna annuì “si dottore, è proprio una caso urgente della massima importanza!” comunicò ansiosamente, muovendo il corpo in maniera convulsa per l’agitazione.

“Mi ricordo, infatti mi ha riferito” i verdi occhi dello psicologo iniziarono a viaggiare velocemente tra le righe del documento “… che è proprio urgente, ma non ha voluto accennarmi nulla per telefono e ha detto che la questione necessitava di un’alta priorità” il suo sguardo si spostò dal foglio alla donna “ora può spiegarmi?”

“Mio figlio, mio figlio è strano” iniziò il discorso con queste parole, mentre il ragazzino era nella stanza affianco con la segretaria del dottore “non ha amici, non vuole giocattoli normali, va male a scuola ed è stupido” lacrime iniziarono a sgorgare sul volto della donna “io e mio marito facciamo di tutto per lui, deve curarlo dottore, la scongiuro, deve curarlo!” pregò la donna per un intervento tempestivo sul suo amato figlio prima che la situazione diventasse irrecuperabile.

“Quindi il problema è vostro figlio” il dottore iniziò a scrivere su un pezzo di carta “io non sono un esperto dell’infanzia, potrei indirizzarla verso una mia collega molto esperta e competente” si spiegò con chiarezza.

“Deve aiutarlo adesso, immediatamente, se poi è troppo tardi sarà per sempre escluso dalla società” singhiozzò mentre il suo viso era ancora rigato dal pianto.

La donna non voleva sentire ragioni e non ascoltava le parole dello psicologo: voleva solo il bene del proprio figlio e assicurargli un ottimo futuro.

“Va bene, la prego di aspettare un attimo fuori” il dottore fece spostare la donna fuori dal suo ufficio e al suo posto prese in seduta il piccolo Rember.

Dopo circa un’ora il dottore richiamò la madre “Signora, suo figlio è molto acuto e non è per nulla stupido. La posso rassicurare che è completamente in salute” queste parole e lo sguardo sincero del dottore non convinsero la madre “magari possiamo trovarci una volta anche con suo marito se vuole, così ne posso discutere con entrambi” affermò Andt.

“Cosa centriamo io e mio marito, deve concentrarsi su mio figlio. Lei è un incapace” urlò infuriata la donna “ci serve un vero dottore, uno che sia realmente capace di curare!” Le voce altisonante della donna risuonò in tutto l’ufficio e, prendendo con forza il figlio per il braccio, uscì sbattendo la porta alle proprie spalle.

Il dottore rimase amareggiato da quel comportamento: primo perché la donna se ne era andata senza pagare e poi perché aveva visto in Rember un piccolo genio. Andt sollevò un foglio da terra e sospirò meramente “un’opera fantastica per un bambino di quell’età!”