La puttana

Avete presente quando vi vengono le voglie? Quel determinato momento in cui una semplice macchiolina si espande e comincia ad assillarvi finché non la soddisfate.

La stessa cosa succede a me ogni giorno, quella macchiolina nasce improvvisamente durante il giorno e io devo assecondarla per mantenere un perfetto equilibrio fisico e mentale.

Nulla di strano fino a qua.

Nulla di strano nemmeno in quello che andrò a raccontare, se strano non risulterà ai vostri occhi. In ogni caso sarò solo un vostro capriccio considerarlo tale.

Come accennavo poco fa, ogni giorno un desiderio mi inonda da capo a piedi: il desiderio di scopare qualcuno.

Non mi interessa se sia un estraneo, se sia una persona con la quale sto intrattenendo una relazione, un amico o un’amica.

Io devo scopare.

Tuttavia il sesso vaginale lo trovo noioso, l’unico modo per soddisfare quella macchiolina è praticare anal.

In città hanno iniziato a chiamarmi la “puttana”, ormai il mio cellulare è intasato da messaggi e telefonate inopportune, mi insultano, mi deridono, mi vogliono anche loro.

Quando il sesso è slegato dalle emozioni viene visto negativamente, connotato di una carica che rifiuta il suo piacere in quanto azione fine a se stessa, tuttavia anelato morbosamente.

In questo modo si entra in un vortice innaturale, probabilmente artificioso: da semplice persona divento la “puttana”, il peso degli altri viene scaricato su di me.

Così è più facile, no?

E io in parte sono felice perché riesco a giungere a quell’appagamento che altresì mi sarebbe precluso. Tutto il resto del curriculum della vita viene cancellato e in caratteri cubitali viene sostituito da “LA PUTTANA”.

Questa è l’etichetta che mi hanno affibbiato, la “puttana dell’anal”.

Se vuoi sperimentare io sono qui, ma non sono solo questo.

Sicuramente non ti interesserà sapere che posseggo una laurea in giurisprudenza, che posso correre 12 km in 40 minuti, che amo coltivare frutta e verdura nel mio piccolo giardino, e altre cose noiose della vita che potrebbero accomunarmi a tutti.

Tu vuoi chiedermi: “Erich ogni giorno devi essere penetrato da dietro o devi penetrare da dietro per stare bene con te stesso?”

La risposta è che vuoi avere il mio numero per conoscermi e soddisfare quel lato di te che rimarrebbe tabù, che rimarrà tabù perché non uscirà dalla mia stanza.

338567…

 

 

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Pezzi di corpo

Il bagno è il luogo più intimo delle mia casa: il punto in cui i primi momenti di coscienziosità mattutina prendono forma e l’ultimo in cui abbandono la mente razionale per poi immergermi nel riposo onirico.

L’unica stanza dove posso veramente osservarmi, dove lo specchio può riflettere la mia immagine, che altresì non mi sarebbe concesso vedere.

L’area in cui il mio viso è ritratto virtualmente, ma replica alla perfezione la mia vera essenza e le mie forme: posso assaporare il mio volto squadrato, dotato di una mascella imponente, i miei occhi scuri mi fissano al di là di quella superfice e io fisso loro, si interfaccia uno scambio reciproco con me stesso.

Più mi guardo e più comprendo di essere corpo: testa, braccia, busto. La dimensione dello specchio è delimitata fino all’altezza del bacino, oltre non posso vedere, ne oserei abbassare lo sguardo per verificare un’esistenza che in questo luogo non si riproduce.

Le mie mani si avvicinano al viso per garantirmi cura e pulizia, richieste per un’apparenza pubblica decente. Quando la mia cute spessa e dura, a causa dei calli, viene a contatto con altra mia pelle si genera un senso di vita, si sprigionano sensazioni che mi rendono consapevole della cenestesi: se non potessi vedermi allo specchio potrei comunque sentirmi presente nel mondo.

Sono composto da parti anatomiche imprescindibili dal mio essere, io sono pezzi di corpo uniti fra di loro. Mani, polso, ossa, muscoli, braccia, spalle, sternocleidomastoideo, legamenti, testa, umore vitreo, retina, con cui posso osservare tutto questo e, dove non posso avere un diretto riscontro visivo, il mio cervello ha acquisito immagini da libri o da filmati attraverso i quali posso ricostruire tutto il mio essere. Il mio essere fino al bacino ovviamente, fintanto che le dimensioni dello specchio sono limitanti.

Se penso di essere corpo in qualche modo io dovrò essere anche mente; ma non mi riferisco al cervello con tutte quelle rughe, con i suoi sistemi fisiologici, con l’amigdala, con l’ipotalamo e tutti gli altri pezzi, ma alludo alla sua complessità, al suo giocare con noi.

L’esempio più calzante, per spiegare questa situazione, coincide con un mio piccolo vizio: il fumo. Odio l’odore del tabacco, crea fastidi ai pezzi del mio corpo, al mio naso, alla mia trachea, ai miei polmoni, ma appaga la mia mente. Lo trovo un modo fantastico per attaccar bottone, io adoro interfacciarmi con altre persone.  “Scusi! Ha l’accendino per favore, l’ho dimenticato a casa” “ha una sigaretta, cortesemente? Oggi sono uscito senza!” “Anche io sono un fumatore accanito, aaaahh quante storie potrei raccontarle…”.

Quando esco dal bagno è giunto il momento di separami da me stesso e immergermi nella massa, quello è il punto di rottura del mio individualismo intimo a favore di un collettivismo pubblico.

Mi allaccio entrambe le scarpe, ultimo indumento da indossare in seguito alla vestizione e sinonimo dell’inizio della giornata lavorativa. Sento la necessità di stringere maggiormente il piede destro, la scarpa non calza come dovrebbe: è un fastidio abituale della mattina. Una routine che ho da troppi anni.

Mi osservo finalmente al di sotto del bacino: sono pronto per uscire!

La sedia a rotelle è scalpitante a pochi passi e aspetta che io prenda posto.

Chiamo mia moglie per farle sapere che sono pronto…

Una sera qualunque

I brevi avvenimenti che andrò a raccontare sono sospesi tra reale e surreale. Ciò che ho vissuto potrebbe essere ricondotto ad un concreto avvenimento della mia vita, ma è altrettanto vero che potrebbe essere stato solo frutto della mia immaginazione.

Fatto sta che il peso di quel momento grava ancora nel mio organismo, senza tuttavia inficiare il comune svolgimento della mia vita.

Per capire, forse, sarebbe più facile iniziare a raccontare la storia.

Durante il ritorno da una serata di tranquillo svago, stavo guidando verso casa, pronto a immergermi nelle coperte e godermi un meritato riposo.

Di fianco a me l’ultimo amico da accompagnare verso la propria abitazione, solo questo mi separava dalle braccia di Morfeo.

Strada poco illuminata che collega il mio paesino a quello dell’ultimo amico congedato.

Semaforo rosso.

Mi fermai.

Ero pronto, non appena fosse apparso il verde, a svoltare a destra per imboccare la via verso la meta prestabilita.

Notai di fianco a me una macchina accostata, con le luci spente, ma al cui interno due figure si stagliavano nell’ombra.

Scambio di sguardi con il mio passeggero: avranno bisogno di aiuto? Si sarà fermata la macchina e non riescono più a partire? Staranno male?

Domande lecite, che necessitavano di risposta, dovevamo soddisfare la nostra fame di sapere e compiacere il nostro buon istinto di persone magnanime.

Ci accostammo alla vettura e abbassai il finestrino.

Nessun segno di vita.

Gesticolammo per attirare l’attenzione, bussammo contro il vetro per richiamare i due individui.

Nessun segno di vita.

Osservammo sconcertati, ora non ricordo con precisione la corretta quantità di tempo, quell’insolito comportamento.

I due sconosciuti stavano fissando il parabrezza senza batter ciglio, senza muovere un muscolo, con il capo rigido e lo sguardo rivolto dritto davanti a loro.

Sembravano vacui e quasi spettrali.

Non ricevendo alcuna risposta, abbandonammo il nostro intento d’aiuto e ci dirigemmo verso casa.

Ricordando questo avvenimento mi sembra inverosimile sia successo. Probabilmente avrei dei dubbi se fossi stato solo: uno scherzo della stanchezza, dell’infausta mente.

Eppure non ero solo, eravamo in due ad aver visto e ad aver vissuto questa scena.

Allucinazione collettiva?

Bizzarrie dell’essere umano?

Non saprei dare alcuna risposta.

 

Imperfezioni

Cosa rende attraente una persona? Quale magia mi strega quando percepisco la bellezza in qualcuno?

I miei occhi stanno osservando la figura davanti a me, il mio olfatto capta il denso profumo emanato dal suo corpo, le mie mani si avvicinano alla sua pelle, il contatto intimo si instaura improvvisamente, tutti i miei sensi banchettano ad una tavola di sensazioni fugaci.

Sono sazio, momentaneamente sazio. Ma non del tutto appagato.

Cosa devo fare per soddisfare il mio impulso erotico?

Non cerco la bellezza esteriore, non il contatto fisico, non un semplice amplesso, non il sesso.

L’avvenenza mi stanca, mi sembra scialba, così inflazionata, mero oggetto di sé stessa.

Non è un bel carattere che cerco, non la voracità intellettuale, non una semplice discussione, non un rapporto relazionale.

L’intelligenza mi stanca, mi sembra riduttiva, così costruita, semplice artificio sociale.

Ma ha importanza?

Mi nutro del corpo della persona al mio fianco, faccio mia la sua essenza.

Mi illudo di capire cosa mi separi dalla realizzazione.

Continuo ad osservare la sua pelle, ad inspirare il suo profumo e ad espirare il mio: me ne approprio, ne faccio parte di me.

Non ci riesco! È un essere così dannatamente fantastico, puro nella sua bellezza.

Posso vedere il flusso della sua mente fluire nella stanza, mi sta accerchiando. È così fottutamente soverchiante.

Tutto ciò mi dà la nausea.

Mi concentro sul suo petto. I miei occhi si soffermano intorno al capezzolo destro, è stranamente enorme, di un colore inusuale, di una forma in cui non mi ero mai imbattuto.

La sensazione di malessere, che fino a quel momento mi aveva attanagliato, pian piano svanisce per lasciare il posto ad una felicità irrazionale.

I miei occhi galoppano immediatamente sul capezzolo opposto: è più piccolo della sua controparte, si avvicina maggiormente alla normalità.

Questa diversità mi sta attirando sempre di più, di più, di più…

Non possono smettere di guardare, la soddisfazione si propaga, non possono smettere di pensare a quelle imperfezioni.

Sì! Ecco cosa adoro, cosa bramo, cosa ricerco.

L’IMPERFEZIONE.

Ora si sta vestendo.

I jeans, che ha appena indossato, deformano il suo sedere, lo rendono più brutto se considerato all’interno di una convenzione estetica.

Libidine suprema.

La maglietta sta coprendo i suoi capezzoli così fantastici, non vedo l’ora di poterla togliere, per riportare alla luce quella meraviglia, per poter godere.

Mi sorride, i nostri sguardi si incontrano.

I nostri occhi si fondono.

Le pupille nere risplendono.

Sono in estasi.

Le stelle sono luminose (parte finale)

L’elevazione del corpo e della mente portarono Karoline alla sublimazione dello spirito.

Il momento in cui riprendo a raccontare è proprio questo: dove il mio pensiero può evincere le reali azioni del protagonista, dove la mia bocca può esprimere un significato logico, dove la mia mano segue la linea intrinseca del giovane uomo e della sua storia.

Quando nella volta celeste si scontrarono elementi dall’inusuale forma e dimensione, una teogonia ebbe inizio a nostra insaputa. Fu la nascita di ogni sapere e comprensione, ciò a cui l’uomo aspira, non tanto quanto individuo in sé, ma quanto essere umano. Il rumore che si manifestò ruppe la calma assoluta dell’idillio celeste, il peso della conoscenza piombò come un macigno in una landa desertica.

Se non avessi assistito, non avrei captato alcun suono, non avrei dato importanza a quegli eventi.

Lo spirito di Karoline collise con il sapere, ne divenne parte, ma distinto nella sua essenza ed esistenza. Il vociare dei suoi pensieri si fece largo nell’infinito, fino a raggiungere coloro che porgevano l’orecchio, curiosi.

Il giovane uomo osservò gli esseri viventi << Quelli sono dinosauri!>> esclamò << Le pattuglie di sicurezza del futuro, quali splendidi esemplari>>. << E quei cavalli di seta? Imponenti nel loro galoppare tra le dune di gelatina color indaco e le splendenti palme di piombo>>. Karoline poteva vedere, poteva capire, poteva soprattutto spiegare, ma quest’ultima azione la tenne per sé.

<<Il senso della vita, lo sento, sono vicino ad esso, ed è semplice…

Probabilmente il sonno gioca brutti scherzi. In questo punto mi addormentai o mi distrassi momentaneamente, fatto sta che non colsi le parole di Karoline.

Mi destai troppo tardi, quando molti avvenimenti avevano già compiuto il loro percorso. Non so cosa successe, ne se fosse interessante. Ma in ogni caso dovrò narrare ciò che accadde ormai giunta l’alba.

Sono spiacente per i lettori, ma non posso rimediare.

Io devo raccontare una storia vera, così come l’ho vista!

Sarei un infame se facessi il contrario.

Il Sole stava per sorgere. In lontananza scomparivano stelle dopo stelle per lasciare posto ad una più grande, almeno per noi.

Il calore e la luminosità stavano aumentando sempre di più, a quella temperatura perfino il fluido più ruvido si sarebbe sciolto.

Rividi Karoline di nuovo seduto sul suo balcone, mentre la tazza di tè era ormai completamente piena.

Le piccole macchie del manto celeste stavano scomparendo, mentre Karoline cercava di raggiungerle nuovamente.

Fallì miseramente.

Triste guardò il pavimento sopra la sua testa, meditò e rimase cogitabondo di fronte al muro.

Tutta quell’interiorità fu distratta da un fastidio, proveniente dal basso, dai pantaloni. La mano di Karoline scivolò velocemente nella fessura dei jeans. Durante il tragitto di ritorno verso casa, alcune stelle si erano subdolamente infiltrate negli indumenti del giovane uomo. Per liberarsi da questo fardello, le luminose entità furono gettate in una lettiera lì vicino.

Poco prima del sorgere del Sole, Karoline stava accarezzando il suo nuovo gatto. Animale comune nella maestosità dell’universo. Il vuoto interiore era stato colmato. Ora la luce dell’alba coccolava con dolcezza la sua figura, mostrando la tranquillità di un animo umano nell’equilibrio interiore.

Qui si conclude la storia, dal momento in cui non c’è più nulla da narrare. O forse non ho più voglia di continuare?!

Ora vi starete chiedendo la mia identità, dico bene?

Avete presente il famoso detto “se i muri potessero parlare…”, ottimo! Osservate con attenzione la casa di Karoline e, se non potete, immaginatela, facendovi guidare da me. Scorriamo le pareti, in un angolo troverete una sedia, anche le sedie hanno il loro “da dire”. Concentratevi su quella sedia, vedete ora?

E sì…

Sono proprio io!

Il fratello di Karoline, che seduto comodamente, ha raccontato questa storia.

Le stelle sono luminose (parte seconda)

La vera storia inizia proprio in questo momento.

Quello raccontato fin ora potreste anche non leggerlo, è inutile ai fini della narrazione; forse solo qualche informazione è necessaria, ma di certo non tutto quello che è stato detto.

Karoline stava, giustappunto, degustando dell’ottimo infuso di erbe aromatiche e di peli d’animale sul proprio balcone. Il giovane uomo pensava alla maestosità dell’universo, mentre osservava il cielo ricco di piccoli puntini luminosi <<come è maestoso l’universo>> ripeteva incessantemente come se qualcuno potesse ascoltarlo dall’alto, stolto!

<<Troverò di certo un nuovo gatto, nella maestosità di questo universo>> cercava di convincersi, per deviare da quella monotonia che lo attanagliava a causa della scomparsa del suo amato felino. <<Ma nel frattempo cosa potrei fare?>> si domandava senza trovare alcuna risposta, la noia ormai lo aveva invaso in ogni suo fibra fisica e mentale.

Ad un certo punto, nel giorno di cui sto raccontando, ad un’ora imprecisata, ma di sicuro durante la sera, Karoline alzò le mani verso il cielo e con un abile movimento di polso riuscì a creare una scala che lo collegasse con le stelle. <<Andrò a fare un giretto aspettando il sorgere del Sole>> diceva tra sé e sé mentre molto lentamente alternava il piede destro al sinistro sopra i vari gradini celesti, verso una meta indefinita. Durante la sua ascensione, potè osservare tutto il mondo terreno, le stelle illuminavano perfettamente ogni cosa: edifici e…

… in realtà solo quelli, perché Karoline risiede in un complesso abitativo circondato solo da enormi palazzi, senza alberi, senza verde. Forse per questo motivo, il giovane uomo ha costruito all’interno della propria casa un habitat perfetto per ogni tipo di flora e di fauna.

Ma continuiamo, non sono qui per fare congetture! Il mio scopo è raccontare una storia vera, così come l’ho vista.

Riprendiamo.

Karoline, per diminuire la fatica durante il tragitto, stava ascendendo al cielo per mezzo di un ascensore celeste, quale modo più semplice se non quello di una somiglianza semantica? Le pareti della cabina erano trasparenti, in questo modo il giovane uomo aveva la possibilità di ammirare le meraviglie sottostanti. Di fianco a lui, tantissimi altri si stavano innalzando al cielo per mezzo dei più disparati mezzi di trasporto: scale mobili celesti, scale celesti tradizionali (tradizionali perché non si muovono? Perché sono sempre statiche?), scivoli celesti che, piuttosto che farti scivolare, ti trascinavano verso l’alto. Tutti erano più lenti di Karoline, proprio perché la via migliore per salire al cielo era utilizzare l’ascensore. Ovviamente.

<<Ciao piccoli procioni>> salutava il giovane uomo dall’alto della sua posizione privilegiata, metaforizzando gli altri essere umani a questi animali, la cui caratteristica principale è ben chiara al lettore.

La durata del viaggio per raggiungere il cielo dipende dal mezzo utilizzato, per farvi capire, se dovessi farne una media direi circa del tempo. Proprio dopo questo tempo, Karoline raggiunse l’apice della volta celeste, dove numerosissime stelle brillavano lontane, intoccabili. Il piano celeste era inumano per la sua bellezza, indicibile nella sua meravigliosa tranquillità. L’ambiente in cui era immerso Karoline era rilassante, quasi utopico per la mente. Il giovane uomo si lasciò trasportare dalla corrente dei sensi, sollecitando sia il piacere fisico sia il piacere intellettuale. Iniziò a volteggiare in un’estasi ascetica, al di sopra di ogni concezione umana.

Le parole terrene non possono spiegare questo tipo di concetto e lo limiterebbero ulteriormente. Nel caro lettore insorgerà una difficoltà di comprensione, se lui stesso non abbia sperimentato personalmente tale situazione. Lascerò all’immaginazione, o all’esperienza, la restante parte descrittiva e narrativa di questo speciale momento.

La notte è ancora lunga, la storia che voglio raccontare nemmeno all’inizio, sebbene abbia più volte dichiarato il contrario.

Tutto questo è veramente superfluo!

Dovrei giungere al succo della narrazione, ma come ho detto la notte è ancora lunga.

Almeno per me.

 

Le stelle sono luminose (parte prima)

Karoline, il protagonista di questa storia, è un giovane uomo amante di ogni essere vivente. Una persona dall’animo gentile; se fosse un colore sarebbe di certo il bianco. Durante il giorno lo si può osservare mentre cura i suoi adorati animali domestici, la notte amoreggia con la flora sparsa nel suo appartamento; se fosse un colore sarebbe il verde. Gli piace sorseggiare il tè sul balcone nei momenti liberi, immergendo nell’infuso i peli persi dagli animali in ogni angolo della casa; se fosse un colore sarebbe il rosso. Il Sole lo bacia nelle giornate calde, le stelle lo illuminano nelle notti più oscure; se fosse un colore sarebbe il giallo. La storia che voglio raccontare inizia nel momento in cui ne finisce un’altra: in casa di Karoline sta per fare la sua comparsa un nuovo inquilino, mentre un secondo ormai se ne è andato; se questa storia fosse un colore sarebbe una farfalla.

Karoline accoglie tutte le creature bisognose senza timore, lo spazio in casa sua c’è sempre o viene realizzato appositamente. Un giorno qualunque, di un mese qualunque, di un anno qualunque, mentre passeggiava per strada aveva trovato un uovo all’interno di un cassonetto, era stato gettato come spazzatura, come se la sua esistenza fosse insignificante o priva di valore. Karoline si commosse alla vista di quel guscio ellittico e candido. Così, pensando fosse l’uovo di un cane, lo portò a casa in attesa della sua schiusura e della nascita di un dolce cucciolo. Quando il perlaceo guscio si ruppe, un pinguino fece capolino nella vita di Karoline, in quel preciso momento il giovane uomo si ricordò che i cani non depongono uova. Ci sono tanti altri racconti simili, ma sarebbe tedioso ascoltarli tutti e nella loro interezza, pertanto elencherò gli animali domestici di Karoline, almeno finché la stanchezza non prenderà il sopravvento: oltre al pinguino, un pesce rosso, due gatti, un cane, un ornitorinco, sette anguille, un dromedario, zero cammelli, un’aquila, cinque elefanti, venti mosche, sei api, quindici balene, animali pelosi, piumati, squamosi, viscidi, ma nessuno ultraterreno.

D’altro canto quando una di queste creature lascia l’abitazione, il giovane uomo si sente in dovere di rimpiazzarla. Il legame che si instaura tra lui e il mondo è estremamente forte, perciò nel momento di perdita si crea un vuoto nelle profondità di Karoline. L’unico modo per riempire questo malinconico vortice interiore è ristabilire l’equilibrio sensoriale dopo la privazione.

Questa storia prende avvio quando uno dei gatti di Karoline perse la vita, esattamente all’età di tre anni, tredici mesi, trecentosessantasei giorni. Era un gatto allegro, a cui piaceva giocare tutto il giorno. Ma questo suo lato non impressionava Karoline, ciò che caratterizzava questo animale era la sua capacità culinaria. Riusciva a preparare squisiti manicaretti: pietanze dolci, salate, agrodolci, agrosalate, tutte una delizia. La tavola imbandita con queste pietanze richiamava ogni singola creatura nella casa, dando così avvio a lunghi lunghissimi pasti. Nei giorni successivi alla morte dell’adorato gatto, la tavola continuava ad essere diligentemente preparata. Karoline pensò che i gatti non sanno cucinare, anzi a loro piace essere serviti, quindi era impossibile un atto del genere da parte di quell’animale ormai trapassato. Fino a quel momento aveva vissuto nella menzogna, probabilmente era lui stesso a preparare il cibo senza accorgersene. Poi invece si ricordò che gli elefanti sanno cucinare egregiamente, senza alcun dubbio uno di loro era quell’abile chef. Karoline non si fece mai più nessun quesito sull’argomento.

Come detto precedentemente la caratteristica del defunto gatto, che Karoline adorava di più, era la sua giocosità, una vivacità primitiva e pertanto spensierata. Ora il giovane uomo avrebbe vissuto nell’ombra della noia, senza il divertimento procurato dal suo amico felino.

<<Devo rimediare immediatamente!>> pensava il giovane uomo tre giorni dopo alla dipartita terrena dell’animale <<domani andrò a cercare un nuovo gatto, ormai si è fatto tardi!>>

Nel frattempo sorseggiava una tazza di tè alla luce delle morbide stelle della volta celeste.

Show dei talenti (parte finale)

“Cover” ripeteva disperatamente Sider nella sua testa. All’improvviso un’idea gli balenò nella mente come quando, sotto la doccia, l’acqua ti avvolge nel suo caldo abbraccio e mille idee geniali inondano il tuo lato creativo.

“Potrei…” osò pronunciare con voce flebile “… potrei avere un’altra possibilità? Questa volta una cover”.

I giudici si guardarono vicendevolmente e annuirono in segno di approvazione; gli occhi di Sider si illuminarono a quel gesto, l’opportunità di diventare un cantante non era ancora sfuggita dalle sue mani.

Per eseguire una performance adeguata, Sider necessitava di una chitarra e un tecnico uscì prontamente dalle quinte per soddisfare la sua richiesta.

Il ragazzo si sedette a cavalcioni sul bordo del palco, imbracciò la chitarra con tutta l’energia in corpo e si avvicinò al microfono “Questa canzone ha un forte significato per me!”

La sua anima si espanse attraverso la sua voce, il suo cuore si aprì e le calde parole che uscirono dalla sua bocca deliziarono il pubblico.

L’esibizione fu struggente e altamente emozionante: Sider aveva messo in scena il lato di sé che solitamente teneva nascosto.

Il silenzio regnava sovrano fino a che uno dei giudici ruppe quel momento quasi surreale e magico.

“Mi hai toccato dentro, non pensavo che potessi essere in grado di fare una cosa del genere. Sono sbalordito”. Il giudice, che precedentemente aveva negato il passaggio di Sider alla fase successiva, sembrava essersi redento. “Però ho visto un cambio così repentino da un momento all’altro, posso fidarmi di una persona del genere?” domandò con schiettezza.

Sider fu preso da sgomento, ma in maniera inaspettata rispose con semplicità e spontaneità “credo che la musica non sia una cosa unica all’interno di una persona: la musica può far divertire, può e deve far ridere; la musica può trasmettere messaggi, può veicolare le proprie idee; la musica deve suscitare emozioni profonde, può provocare scalpore e lasciare cicatrici nell’anima. Se riesco in uno di questi intenti io ho fatto musica e sono fiero di aver cantato, raggiungendo il pubblico in un modo o nell’altro!”

Il giudice sorrise all’affermazione di Sider “va bene, per adesso ti do il mio SÍ. Vedremo nelle prossime fasi come ti comporterai”.


“Ora verrà consegnata ad ognuno di voi una lista con i titoli delle canzoni che dovrete cantare nella prossima fase” la voce metallica fuoriusciva ad intervalli regolari dal trasmettitore appeso al soffitto, la sua litania ruppe la calma che si era creata dopo la prima fase dello show.

Il gruppo dei vincitori contava circa 30 partecipanti, prontamente posizionati dagli organizzatori del programma in una stanza d’attesa.

“Limitate i contatti, quando sarà chiamato il vostro numero superate la porta in fondo alla sala e aspettate!” questi erano gli ordini dettati dall’altoparlante.

“505” nella sala era rimasta una dozzina di persone, finalmente era il turno di Sider.

Il ragazzo si alzò da un angolo della stanza, fino a quel momento era rimasto isolato perché non era riuscito a trovare facce conosciute ed aveva limitato i contatti come era stato imposto.

Non appena superò lo porta che gli era stata indicata, si trovò in un luogo angusto dove erano presenti solo un tavolo con due sedie.

All’altra estremità un signore sulla cinquantina fissava davanti a sé “prego si sieda numero 505” disse mentre estraeva un foglio da un plico sul tavolo.

“Mi chiamo Sider” disse il ragazzo.

L’uomo non lo degnò di uno sguardo “505 questa è la sua lista, abbiamo scelto per lei 3 canzoni. Le saranno fornite base e testo, tra una settimana ci sarà la seconda fase ad eliminazione dello show. La aspettiamo puntuale” queste parole sembravano meccaniche, come se quella persona fosse un automa.

Sider prese il foglio in mano e lo esaminò “le conosco queste canzoni, ma non sono il mio genere. Non potrei avere altre opzioni?” chiese gentilmente.

La risposta sbalordì il ragazzo, la freddezza del suo interlocutore era inumana “io non faccio le regole, se ti hanno assegnato queste canzoni c’è un motivo. Il motivo è semplice: devi cantarle! Ora puoi uscire dalla porta dietro di me e non da quella da cui sei entrato. Una settimana e dovrai esibirti, puntuale!”

Sider non poté controbattere, si alzò della sedia e con passo desolato lasciò quel luogo.


“Numero 505? Per favore venga con noi” due energumeni in giacca e cravatta si posizionarono di fronte a Sider fissandolo negli occhi.

Il ragazzo obbedì più per paura che per volontà e seguì i due uomini in uno stanzino appartato, al cui interno era presente un giovane molto elegante.

“505, giusto? Sider se non sbaglio” il nuovo personaggio sorrise calorosamente “bene, bene! Ho sentito che nell’esibizione di oggi non si atterrà alla nostra lista. Eh… Le voci corrono! Comunque non le conviene farlo. Non mi piacciono le persone che fanno ciò che gli pare” spalancò la bocca in un sorriso a 32 denti, ma questa volta il suo sguardo era minaccioso.

Sider non sapeva cosa rispondere, non si capacitava di come l’avessero scoperto.

“In ogni caso se non ti attieni a ciò che le abbiamo detto, i giudici hanno l’ordine di non farla passare alla fase finale. In questo modo diciamo che sarà eliminato per sempre dal mondo musicale e mi assicurerò che lei non ne faccia mai parte. Ora caro 505 ha due possibilità: o fa come le diciamo o firma questo foglio in cui attesta la rinuncia ad un posto in questo spettacolo e potrà continuare per la sua strada, da solo. Ora spetta a lei!” così dichiarò l’uomo, mentre porgeva un foglio e una a penna a Sider.

Mille pensieri affollarono la testa del giovane “ho una mia identità, la posso accartocciare così come se nulla fosse?” “ma se non faccio come dicono, sono finito!” “se cominciano a controllarmi ora, che farò poi? Dovrò sempre sottostare alle loro regole” “io voglio cantare le mie canzoni, ciò che canto è speciale! Ma sarà davvero così?” “non voglio essere modellato come tutti gli altri, la mia personalità e creatività sono uniche” “sono così sicuro di essere speciale? Fino ad ora non ho concluso nulla”.

Sider prese il foglio e la penna, li strinse nelle sue mani per alcuni minuti. Guardò negli occhi gli uomini davanti a lui e, dopo aver annuito, riconsegnò il materiale che gli era stato affidato e uscì dalla stanza.

Sulla lunga linea in fondo al foglio, nello spazio predisposto per la firma…

Show dei talenti (parte prima)

“Anche a me hanno sempre detto così, ma oggi è la nostra occasione! Non credi anche tu?”

“Si, dobbiamo metterci il massimo impegno e vedrai che entrambi riusciremo a passare il turno; quando saremo sul palco dobbiamo esibirci nella nostra miglior performance”.

“Soprattutto perché questa sarà la mia ultima occasione, se fallisco oggi lascerò questo mondo”.

“Mi sembri leggermente drastico, non puoi accantonare la musica a tuo piacimento perché sappiamo entrambi la sua importanza: è la nostra passione e il nostro amore! Non essere ridicolo ci saranno altre possibilità, ne sono sicuro!”

“Oramai sono cinque anni che provo a sfondare nello spettacolo, evidentemente non sono abbastanza bravo. I miei genitori sono stanchi di questa situazione e se non guadagno con ciò che amo fare, sarò costretto a trovarmi un vero modo per vivere”.

“La pensi davvero in questo modo?”

“No, però…”

“505 è il tuo turno” una voce metallica interruppe la discussione tra i due ragazzi.

“… devo andare hanno chiamato il mio numero, spero di rivederti alla fase successiva”.

“In bocca al lupo!”

“Così sia!”

Un ragazzo comune, dall’aspetto insignificante apparì sull’enorme palco; il suo passo lento e titubante trasudava palesemente l’insicurezza, l’agitazione e la paura di fallire in quella che lui aveva definito la SUA ULTIMA OCCASIONE.

“Ciao come ti chiami?” una voce femminile fece capolino, mentre il ragazzo stava cercando di mettersi a suo agio e calmarsi.

“Sono Sider, ho 25 anni” il suo tono era sommesso e alquanto insicuro dato che non si era ancora ambientato nella situazione particolare in cui si trovava.

Sider non si era mai esibito di fronte ad un pubblico così vasto, ma per ottenere successo nel mondo discografico avrebbe dovuto abituarsi a contesti simili.

“Bene il 505 è Sider” disse la donna guardando le altre due persone al suo fianco “e quale canzone hai deciso di portare per la tua performance di oggi?”

“Sono un cantautore e quindi vi farò ascoltare uno dei miei pezzi personali, sia base sia testo sono stati creati da me; spero vi piaccia!” da quel momento la prova decisiva per Sider era iniziata.

Le luci si posizionarono sull’esile figura del ragazzo, accecandolo momentaneamente, la tensione era palpabile ma non appena Sider avvicinò il microfono alla bocca ogni insicurezza svanì.

Tutti gli artefatti intorno a lui sparirono: giudici, riflettori, pubblico erano solo un’immagine di sottofondo; sul palco c’erano solo Sider e la propria musica.

L’esibizione fu esilarante e spettacolare, la canzone scritta da Sider era un mix di metafore che rappresentavano la società in maniera ironica e geniale.

Alcune volte il testo della canzone si spingeva verso paragoni non facilmente comprensibili al primo ascolto, ma nella sua totalità la performance fu divertente e accolta di buon grado dal pubblico.

Il boato che proveniva dagli spalti era assordante e si stava prolungando per un lungo periodo di tempo, in quel momento l’unica cosa di cui era preoccupato Sider era il verdetto dei giudici e non il feedback degli spettatori.

Non appena l’estasi delle persone si placò, i tre giudizi iniziarono ad esprimere i propri pareri sullo spettacolo proposto dal numero 505.

“Molto interessante e finalmente ho visto qualcosa di diverso” esordì il giudice donna “il mio voto è senza alcun dubbio un SÍ!”

Il primo giudizio positivo era stato espresso, ma il percorso era ancora arduo. Per riuscire a superare la fase preliminare dello show Sider avrebbe dovuto ricevere almeno un altro “sì” dai giudici.

“Personalmente non sei stato di mio gradimento, a pelle non mi piace il modo in cui canti. Mi dispiace ma secondo il mio parere non hai una buona prospettiva commerciale. Il mio voto come avrai capito è un no” asserì con decisione e senza alcun ripensamento il giudice seduto a destra della donna.

Uno spiacevole macigno cadde sopra Sider, le parole del giudice risuonavano morbose nella sua testa “nessuna prospettiva commerciale” “per me è no”; aria uscita così leggera dalla bocca di una persona, che in realtà possedeva un peso enorme per il giovane uomo.

Ora il destino di Sider era nella mani dell’ultimo giudice, la sua decisione sarebbe stata quella decisiva.

“Il modo in cui canti, lo stile possiamo dire, è l’opposto di quello che sto cercando. La tua canzone può essere gradevole, ma questa competizione verte intorno alle cover. Penso che con la tua voce tu non sia in grado di poter andare avanti in maniera competitiva. Quindi…” il giudice fece una breve pausa “anche per me è no mi dispiace”.

Per Sider era davvero finita: le sue convinzioni di non essere all’altezza si consolidarono.

Fino a quel momento aveva pensato di non essere stato abbastanza fortunato nel trovare occasioni giuste per esprimersi e mostrare le sua capacità, ma ora era chiaro.

Ammutolito osservò davanti a se, fissò i giudici senza dire una parola e abbassò il capo ormai immerso nello sconforto.

Non era adatto a diventare un cantante, il suo sogno era svanito ancor prima di cominciare.

Il flusso sul lago

Le mie gambe sono così strane in questo momento sembrano senza vita lì a penzolare nel vuoto risi ad osservarle morte si sembrano morte le mie gambe recentemente avevo perso mio nonno era deceduto in un incidente aereo con le sovvenzioni dello Stato tutte le persone in pensione iniziavano a viaggiare intorno al mondo forse era addirittura lo Stato ad aver creato fondi per far viaggiare gli anziani forse per farli sentire meno inutili? non posso esserne certo non mi è mai piaciuta la politica la trovo noiosa preferisco costruire, ma la società ci impone vincoli sui lavori ci dice cosa dobbiamo fare non mi è mai piaciuto il nostro sistema ma alla fine è inutile pensarci non posso fare niente come le mie gambe sembrano proprio morte il giorno del funerale di mio nonno ho visto mio fratello piangere erano molto legati io lo ero un po’ meno ma si sa che le persone hanno preferenze per me stare insieme al nonno paterno o materno era indifferente anche le nonne andavano bene l’occhio ha iniziato a lacrimarmi il vento mi ha sempre dato fastidio ma non quella volta al funerale di mio nonno lì non piansi consolai mio fratello lo aveva appena lasciato la ragazza quella era la seconda volta che lo vidi piangere ma era un dolore diverso ora vive lontano ci vediamo una volta all’anno nella festività preposta al ritrovo famigliare lui è il preferito della famiglia dopo scuola ha trovato subito lavoro è un grande ballerino invece le mie gambe inermi stanno dondolando avanti e indietro non sono mai stato bravo nelle attività fisiche o nelle arti nemmeno un grande pensatore ma so aggiustare bene le cose, quella volta a mia madre riparai il frullatore non mi ringraziò i suoi occhi erano puntati su mio fratello che grande ballerino io avevo concluso gli studi ormai da due anni al giorno d’oggi subito dopo il diploma la società ti assicura un lavoro ma ormai tutte le scuole sono di musica spettacolo ballo no non fa per me io sono bravo a costruire, quella volta avevo riparato il televisore era un ferro vecchio ma grazie a me era tornato come nuovo anzi forse meglio ma a mio padre interessava lo spettacolo di mio fratello lui sì che è un bravo ballerino era uscito con il massimo dei voti nella scuola d’arte che io stesso ho frequentato sono stato uno studente decente non ho mai brillato in alcuna attività io sono bravo a costruire, ma la società ci impone rigide strade da percorrere forse non sono nemmeno così prestabilite ma se non ti adegui probabilmente finisci senza soldi anche se sei bravo in qualcos’altro ad esempio io sono bravo a costruire, ma ormai le macchine fanno quel lavoro ci sono i progettisti della macchine ma io non sono capace non ci arrivo in quelle cose infatti me lo hanno sempre ripetuto alla fine ero uno studente nella media anzi forse anche sotto la media non sono bravo come mio fratello lui ha trovato subito lavoro in uno dei più prestigiosi teatri del nostro paese e gira per il mondo io al massimo giro per casa vivo ancora con i mei genitori perché non ho un lavoro mi fanno sentire come un peso non concludo mai nulla ma io sono bravo a riparare, l’altro giorno ho controllato il frigo aveva un’anomalia ho fatto risparmiare dei soldi credo ma mio fratello si esibiva a Mesck era addirittura in TV quella televisione l’avevo riparata cinque mesi fa funziona ancora sono proprio bravo a riparare, ma non conta nulla per trovare un lavoro avevo fatto diversi colloqui ma tutti mi guardavano sempre male non avevo tatuaggi mia madre mi ha sempre detto di farne uno ce l’hanno tutti non potevo essere il diverso già che non ero come mio fratello così propenso alla danza ciò che la società considera l’eccellenza oggi io avrei potuto trovare un lavoro onesto avrei potuto insegnare ai più piccoli suonare la chitarra il mio diploma era in musica dieci anni passati a studiare una cosa che non mi soddisfa tutt’ora quando prendo in mano quello strumento sento una fitta allo stomaco come se mi picchiassero sono destinato a vivere in questa società sono chiuso in un involucro da cui è impossibile uscire il peso dei miei fallimenti è sempre più schiacciante ora mi manca il fiato devo respirare ma non riesco il mio corpo lo sento rigido mentre le mie gambe si ergono sopra a quell’ammasso di acqua il lago Karoshi è sotto di me sto seduto sul ponte sento le onde infrangersi contro la struttura metallica penso che mi lascerò cadere ecco l’ho fatto la fresca brezza mi accarezza da capo a piedi il rumore del vento mi risuona forte nei timpani chiudo gli occhi e sorrido penso che andrà tutto bene io sono bravo a costruire, oggi avevo già sorriso due volte era da tanto tempo che non mi sentivo così la caduta mi sembra interminabile il rumore del vento da piacevole diventa sempre più fastidioso si acuisce ogni secondo apro gli occhi per il fastidio, da parte a me un signore che mi osserva mi dice qualcosa non lo ascolto il rumore del vento è ancora nelle mie orecchie sento un improvviso dolore al braccio lo guardo con aria stupefatta sorrido nuovamente quel rumore riverbera ancora “abbiamo finito” percepisco mentre la mia mente sta ancora vagando esco dall’edificio in cui mi trovo mi guardo il braccio che bello io sopra il ponte osservavo l’acqua con le gambe distese nel vuoto un tatuaggio perfetto ora è il tempo di trovarmi quel lavoro.