Quando non si ha più tempo, allora ci si adegua

Quando non si ha più tempo, allora ci si adegua

Poco tempo, poche energie, lo schermo del pc mi stanca.

La lettura richiede l’ozio, richiede mente, richiede un dispendio di forza che non tutti possono permettersi.

Anche io mi accorgo di come il tempo dedicato alla scrittura o alla stessa lettura stia diminuendo a causa dei numerosi impegni.

E se non si possono portare le persone dal proprio lato ci si conforma, tuttavia senza perdere il proprio modus operandi.

Con queste poche righe non voglio certamente affermare di abbandonare i numerosi progetti (forse troppi) che ho in cantiere oppure di eliminare la produzione dei “racconti brevi” o dei “pensieri” che, seppur già sporadici, ogni tanto fanno e faranno capolino.

Qui ed ora affermo di iniziare un nuovo ciclo creativo “poche parole, perché non abbiamo tempo” in cui nel limite consentito da Twitter, espongo riflessioni ultra-brevi nel formato che caratterizza questo social.

Sarà più facile per me e per chi mi segue o seguirà, avere una parvenza della mia esistenza e delle mie “opere”.

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La puttana

Avete presente quando vi vengono le voglie? Quel determinato momento in cui una semplice macchiolina si espande e comincia ad assillarvi finché non la soddisfate.

La stessa cosa succede a me ogni giorno, quella macchiolina nasce improvvisamente durante il giorno e io devo assecondarla per mantenere un perfetto equilibrio fisico e mentale.

Nulla di strano fino a qua.

Nulla di strano nemmeno in quello che andrò a raccontare, se strano non risulterà ai vostri occhi. In ogni caso sarò solo un vostro capriccio considerarlo tale.

Come accennavo poco fa, ogni giorno un desiderio mi inonda da capo a piedi: il desiderio di scopare qualcuno.

Non mi interessa se sia un estraneo, se sia una persona con la quale sto intrattenendo una relazione, un amico o un’amica.

Io devo scopare.

Tuttavia il sesso vaginale lo trovo noioso, l’unico modo per soddisfare quella macchiolina è praticare anal.

In città hanno iniziato a chiamarmi la “puttana”, ormai il mio cellulare è intasato da messaggi e telefonate inopportune, mi insultano, mi deridono, mi vogliono anche loro.

Quando il sesso è slegato dalle emozioni viene visto negativamente, connotato di una carica che rifiuta il suo piacere in quanto azione fine a se stessa, tuttavia anelato morbosamente.

In questo modo si entra in un vortice innaturale, probabilmente artificioso: da semplice persona divento la “puttana”, il peso degli altri viene scaricato su di me.

Così è più facile, no?

E io in parte sono felice perché riesco a giungere a quell’appagamento che altresì mi sarebbe precluso. Tutto il resto del curriculum della vita viene cancellato e in caratteri cubitali viene sostituito da “LA PUTTANA”.

Questa è l’etichetta che mi hanno affibbiato, la “puttana dell’anal”.

Se vuoi sperimentare io sono qui, ma non sono solo questo.

Sicuramente non ti interesserà sapere che posseggo una laurea in giurisprudenza, che posso correre 12 km in 40 minuti, che amo coltivare frutta e verdura nel mio piccolo giardino, e altre cose noiose della vita che potrebbero accomunarmi a tutti.

Tu vuoi chiedermi: “Erich ogni giorno devi essere penetrato da dietro o devi penetrare da dietro per stare bene con te stesso?”

La risposta è che vuoi avere il mio numero per conoscermi e soddisfare quel lato di te che rimarrebbe tabù, che rimarrà tabù perché non uscirà dalla mia stanza.

338567…

 

 

Pezzi di corpo

Il bagno è il luogo più intimo delle mia casa: il punto in cui i primi momenti di coscienziosità mattutina prendono forma e l’ultimo in cui abbandono la mente razionale per poi immergermi nel riposo onirico.

L’unica stanza dove posso veramente osservarmi, dove lo specchio può riflettere la mia immagine, che altresì non mi sarebbe concesso vedere.

L’area in cui il mio viso è ritratto virtualmente, ma replica alla perfezione la mia vera essenza e le mie forme: posso assaporare il mio volto squadrato, dotato di una mascella imponente, i miei occhi scuri mi fissano al di là di quella superfice e io fisso loro, si interfaccia uno scambio reciproco con me stesso.

Più mi guardo e più comprendo di essere corpo: testa, braccia, busto. La dimensione dello specchio è delimitata fino all’altezza del bacino, oltre non posso vedere, ne oserei abbassare lo sguardo per verificare un’esistenza che in questo luogo non si riproduce.

Le mie mani si avvicinano al viso per garantirmi cura e pulizia, richieste per un’apparenza pubblica decente. Quando la mia cute spessa e dura, a causa dei calli, viene a contatto con altra mia pelle si genera un senso di vita, si sprigionano sensazioni che mi rendono consapevole della cenestesi: se non potessi vedermi allo specchio potrei comunque sentirmi presente nel mondo.

Sono composto da parti anatomiche imprescindibili dal mio essere, io sono pezzi di corpo uniti fra di loro. Mani, polso, ossa, muscoli, braccia, spalle, sternocleidomastoideo, legamenti, testa, umore vitreo, retina, con cui posso osservare tutto questo e, dove non posso avere un diretto riscontro visivo, il mio cervello ha acquisito immagini da libri o da filmati attraverso i quali posso ricostruire tutto il mio essere. Il mio essere fino al bacino ovviamente, fintanto che le dimensioni dello specchio sono limitanti.

Se penso di essere corpo in qualche modo io dovrò essere anche mente; ma non mi riferisco al cervello con tutte quelle rughe, con i suoi sistemi fisiologici, con l’amigdala, con l’ipotalamo e tutti gli altri pezzi, ma alludo alla sua complessità, al suo giocare con noi.

L’esempio più calzante, per spiegare questa situazione, coincide con un mio piccolo vizio: il fumo. Odio l’odore del tabacco, crea fastidi ai pezzi del mio corpo, al mio naso, alla mia trachea, ai miei polmoni, ma appaga la mia mente. Lo trovo un modo fantastico per attaccar bottone, io adoro interfacciarmi con altre persone.  “Scusi! Ha l’accendino per favore, l’ho dimenticato a casa” “ha una sigaretta, cortesemente? Oggi sono uscito senza!” “Anche io sono un fumatore accanito, aaaahh quante storie potrei raccontarle…”.

Quando esco dal bagno è giunto il momento di separami da me stesso e immergermi nella massa, quello è il punto di rottura del mio individualismo intimo a favore di un collettivismo pubblico.

Mi allaccio entrambe le scarpe, ultimo indumento da indossare in seguito alla vestizione e sinonimo dell’inizio della giornata lavorativa. Sento la necessità di stringere maggiormente il piede destro, la scarpa non calza come dovrebbe: è un fastidio abituale della mattina. Una routine che ho da troppi anni.

Mi osservo finalmente al di sotto del bacino: sono pronto per uscire!

La sedia a rotelle è scalpitante a pochi passi e aspetta che io prenda posto.

Chiamo mia moglie per farle sapere che sono pronto…

La musica 2016 (cos’è una canzone?)

Cos’è una canzone?

Sebbene questa domanda possa apparire banale, la risposta non è proporzionalmente semplice.

Una prima riflessione ci porta a considerare la complessità della questione: un’affermazione univoca non esiste.

Una canzone potrebbe essere una composizione musicale accompagnata o slegata da un testo.

Una canzone potrebbe essere un mezzo per esprimere e veicolare idee.

Una canzone potrebbe asservire a diverse e diversificate situazioni.

Una canzone potrebbe essere uno strumento per intrattenersi e intrattenere (divertirsi e far divertire, commuoversi e far commuovere, consolare o far consolare, …)

Una canzone potrebbe essere prodotta da una sola persona, o da più mani, o in gruppo, attraverso contatti diretti o a chilometri di distanza.

Una canzone potrebbe essere metaforica, una canzone potrebbe essere letterale.

Una canzone potrebbe essere parodiata, storpiata, modificata, modellata in mille versioni e contemporaneamente rimanere unica.

Una canzone potrebbe essere cantata, potrebbe essere suonata, potrebbe essere fischiettata, potrebbe essere ballata, potrebbe essere ascoltata o potrebbe essere solamente percepita.

Una canzone potrebbe diventare famosa, una canzone potrebbe rimanere di nicchia.

Una canzone potrebbe essere condivisa, una canzone potrebbe rimanere personale.

Una canzone potrebbe piacere o infastidire a seconda dei nostri gusti personali e imprescindibili.

Una canzone potrebbe sembrare banale, una canzone potrebbe sembrare geniale.

Una canzone potrebbe esser solo di passaggio o rimanere per sempre.

Una canzone potrebbe carpire l’anima, potrebbe coinvolgere in molteplici sfaccettature il cuore, la mente e il corpo di una persona.

Una canzone potrebbe avere un significato diverso per ogni particolare persona che la ascolti.

Una canzone potrebbe aver simultaneamente o esclusivamente ognuna di queste declinazioni.

Una canzone (la musica) per me è un frammento della mia vita dall’indiscussa importanza e dal peso indissolubile.

Una canzone è…

Primi passi – Cotton Tales (Jessica “Loputyn” Cioffi)

Legenda:

Primi passi: la recensione non contiene spoiler. Analizzo brevemente le prime fasi del progetto (illustrazioni/storia primordiale). Cerco di introdurre il lettore al fumetto trattato, per guidarlo nell’acquisto o nell’allontanamento dell’opera.

Sediamoci: la recensione contiene spoiler. Uno sguardo approfondito all’opera, una volta concluso il suo ciclo, con giudizi analitici nella totalità. La seguente recensione sarà costellata da opinioni PRETTAMENTE PERSONALI. L’oggettività assoluta non esiste, pertanto le mie parole non esprimeranno verità imprescindibili e giudizi incondizionati dai miei gusti. È consigliata per chi ha già letto l’opera e vuole confrontarsi con un altro punto di vista.

 

Primi passi – Cotton Tales (Jessica “Loputyn” Cioffi)

Sgranate gli occhi, prendete fiato, concentratevi su ogni tavola, soffermatevi su ogni vignetta.

Quello che vi aspetta aprendo per la prima volta Cotton Tales è magnificenza.

Le illustrazioni di Jessica Cioffi sono da assaporare ad ogni sguardo: l’acquarello dona armonia alle forme, i colori derivanti da questo stile accompagnano perfettamente il setting ottocentesco dell’opera.

Questa tecnica grafica accentua e caratterizza maggiormente le peculiarità di Cotton Tales, immergendo ancora di più il lettore nel fantastico mondo creato da Loputyn.

Le sfumature grottesche e horror dell’ambientazione saranno chiare fin da subito, lasciando comunque spazio all’armoniosità dell’epoca vittoriana e ad una dolcezza tipica di questa autrice.

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Il racconto oscilla in un continuo climax di mistero. La trama costruita da Loputyn lascia il lettore in una suspense voluttuosa, creando il desiderio di scoprire nuovi tasselli della narrazione.

La sottile linea tra reale e surreale si spezza: il protagonista si trova immerso tra un piano onirico e uno terrestre senza possibilità di distinguerli, riscontrando così difficoltà nel concepire ciò che lo circonda e la realtà dei fatti.

Seguiremo il cammino di ricerca del protagonista per delineare i suoi frammenti mnemonici, venendo a contatto con svariati personaggi che lo seguiranno e/o lo ostacoleranno (?) in questa impresa.

I personaggi alcune volte potrebbero risultare caratterialmente piatti o univoci, poiché introdotti con uno stile “kawaii” ben delineato e voluto (a molti di voi piaceranno sicuramente).

Tuttavia la coerenza dei personaggi e della trama non ha alcuna sbavatura, rendendo la graphic novel ancora più coinvolgente.

Lo consiglio?

Assolutamente si!

La narrazione in Cotton Tales è intrigante, i disegni sono perle per gli occhi: tutti i sensi saranno approfonditamente appagati leggendo questa opera.

Dove trovare Cotton Tales: http://www.shockdom-store.com/fumetti/142-cotton-tales-9788896275597.html

Una sera qualunque

I brevi avvenimenti che andrò a raccontare sono sospesi tra reale e surreale. Ciò che ho vissuto potrebbe essere ricondotto ad un concreto avvenimento della mia vita, ma è altrettanto vero che potrebbe essere stato solo frutto della mia immaginazione.

Fatto sta che il peso di quel momento grava ancora nel mio organismo, senza tuttavia inficiare il comune svolgimento della mia vita.

Per capire, forse, sarebbe più facile iniziare a raccontare la storia.

Durante il ritorno da una serata di tranquillo svago, stavo guidando verso casa, pronto a immergermi nelle coperte e godermi un meritato riposo.

Di fianco a me l’ultimo amico da accompagnare verso la propria abitazione, solo questo mi separava dalle braccia di Morfeo.

Strada poco illuminata che collega il mio paesino a quello dell’ultimo amico congedato.

Semaforo rosso.

Mi fermai.

Ero pronto, non appena fosse apparso il verde, a svoltare a destra per imboccare la via verso la meta prestabilita.

Notai di fianco a me una macchina accostata, con le luci spente, ma al cui interno due figure si stagliavano nell’ombra.

Scambio di sguardi con il mio passeggero: avranno bisogno di aiuto? Si sarà fermata la macchina e non riescono più a partire? Staranno male?

Domande lecite, che necessitavano di risposta, dovevamo soddisfare la nostra fame di sapere e compiacere il nostro buon istinto di persone magnanime.

Ci accostammo alla vettura e abbassai il finestrino.

Nessun segno di vita.

Gesticolammo per attirare l’attenzione, bussammo contro il vetro per richiamare i due individui.

Nessun segno di vita.

Osservammo sconcertati, ora non ricordo con precisione la corretta quantità di tempo, quell’insolito comportamento.

I due sconosciuti stavano fissando il parabrezza senza batter ciglio, senza muovere un muscolo, con il capo rigido e lo sguardo rivolto dritto davanti a loro.

Sembravano vacui e quasi spettrali.

Non ricevendo alcuna risposta, abbandonammo il nostro intento d’aiuto e ci dirigemmo verso casa.

Ricordando questo avvenimento mi sembra inverosimile sia successo. Probabilmente avrei dei dubbi se fossi stato solo: uno scherzo della stanchezza, dell’infausta mente.

Eppure non ero solo, eravamo in due ad aver visto e ad aver vissuto questa scena.

Allucinazione collettiva?

Bizzarrie dell’essere umano?

Non saprei dare alcuna risposta.

 

Sediamoci – Agorafobia (Dario Moccia e fubi)

Legenda:

Primi passi: la recensione non contiene spoiler. Analizzo brevemente le prime fasi del progetto (illustrazioni/storia primordiale). Cerco di introdurre il lettore al fumetto trattato, per guidarlo nell’acquisto o nell’allontanamento dell’opera.

Sediamoci: la recensione contiene spoiler. Uno sguardo approfondito all’opera, una volta concluso il suo ciclo, con giudizi analitici nella totalità. La seguente recensione sarà costellata da opinioni PRETTAMENTE PERSONALI. L’oggettività assoluta non esiste, pertanto le mie parole non esprimeranno verità imprescindibili e giudizi incondizionati dai miei gusti. È consigliata per chi ha già letto l’opera e vuole confrontarsi con un altro punto di vista.

 

Sediamoci – Agorafobia (Dario Moccia e fubi)

“Vattene ne ho abbastanza di te […] è venuto il momento che tu te ne vada”: in questo modo Agorafobia di Dario Moccia e Fubi cerca di spiegare una concezione di paura. Una paura debilitante e assillante, la vita viene avvolta da un involucro paralizzante e sull’individuo grava il peso di un’oppressione perenne.

Il titolo dell’opera non è indice di ciò che andremo a leggere all’interno della graphic novel, ma è un espediente per caratterizzare il background implicito della narrazione. Se volessimo scoprire il significato dell’Agorafobia e delle sue peculiarità, non è questo il caso.
Il racconto si dirama nel disagio di una persona che affronta la sua costrizione interiore, che cerca di liberarsi da un enorme fardello.

Quindi cos’è la fobia?

L’opera si presta a spiegare l’essenza della fobia con una storia forse troppo frettolosa, riduttiva per il grande carico emotivo che sprigiona.
In alcuni punti è stereotipata e con figure metaforiche alcune volte troppo banalizzanti, tuttavia il messaggio diretto e socialmente condiviso di queste figure può essere un punto di forza per la comprensione da parte del lettore.

Si scalfisce solamente un esiguo frangente delle vita fobica, si vuole metaforizzare la liberazione dalla paura irrazionale come un percorso lineare, seppur caratterizzata dalla forte limitazione che la paura infligge nell’uomo, e derivante da un SOLO fattore esterno, ovvero la perdita dell’amico/famigliare e il superamento della colpevolezza (dolo o colpa).

L’essere umano proposto da Agorafobia, a mio avviso, sembra ricadere in un disturbo depressivo, acquisendo comportamenti ossessivo-compulsivi per mantenere uno stato di omeostasi con l’ambiente circostante.

L’equilibrio che si viene a formare è ovviamente precario, fragile: la minima deviazione da questo binario potrebbe portare allo sconvolgimento interiore dell’individuo. E qui che entra in gioco la metafora dei treni, della cadenza sistematica degli orari, di una sicurezza imprescindibile.

Gli oggetti e la loro essenza acquisiscono un valore interpretativo, l’inanimato acquista un significato permeato da un’anima, una forte carica affettiva che il protagonista assegna a questi oggetti e da cui non riesce a slegarsi. Questo tipo di azione, la creazione di un amuleto o di un totem personale, è comune a tutte le persone. Tuttavia quando l’importanza di un oggetto assume un ruolo fondamentale e irrinunciabile per l’individuo, si creano limiti distruttivi per la propria vita.

La tazza che si rompe mostra questo tipo di influenza sull’uomo. L’implicito potere dell’oggetto sulla mente del protagonista, che inizialmente non riesce a concepire il motivo della disperazione per la sua perdita: “non siete vive, non avete un colore, una forma, un odore, siete oggetti morti. E forse lo sto diventando anche io.”

L’esplicito insignificante diviene pura forza emotiva e si riversa in una palese epifania.

D’ora in poi il protagonista cerca di scappare della sua prigionia, dal suo malessere psico-fisico, attraverso un percorso di redenzione interiore e metaforico.

Il bozzolo che inizialmente lo protegge, in realtà lo sta limitando e divorando, l’interiorità è la sua più grande nemica. Le lenzuola non lo avvolgono in un senso di appagamento, bensì di dolore e di sconforto: per lui è difficile rendersene conto.

La liberazione avviene tramite il raggiungimento e l’utilizzo di uno spinello: la droga che libera, che garantisce un’alternativa alla realtà, realtà da cui si cercava di scappare, ottenebrando gli eventi negativi. Ma i propri fantasmi si devono affrontare, si deve per forza tornare nella società (le maschere giudicanti), non si può fuggire eternamente da sé stessi e dalle proprie responsabilità.

La violenza è il mero mezzo con cui ci si slega di questo peso: la distruzione di quello che abbiamo intorno, di ciò con cui siamo a contatto tutti i giorni, dei frammenti della propria esistenza (le schegge dello specchio). La distruzione del passato: il legame che ci condiziona finché non viene riconosciuto e spezzato.

Un’ombra che fa capitolino nella realtà, l’ombra del peso della coscienza. L’ombra da cui ci si libera per essere di nuovo sé stessi.

Forse è troppo riduttivo e ottimistico parlare di un percorso così semplice e diretto di redenzione (la lunghezza dell’opera non aiuta), quasi lasciassimo alle spalle il nostro passato, dietro di noi, dietro una porta che ci conduca in un luogo migliore; se quella è la nostra casa prima o poi dovremo tornarci.

Da soli si può cercare di superare tutte le difficoltà possibili, di costruire un “sé vantaggioso” per un benessere personale, ma sarà arduo senza l’aiuto di nessuno.

Ciò che siamo è costruito sia dal nostro passato sia dalle nostre relazioni, non ci si può liberare da quello che è successo, non possiamo cacciarlo, non “è il momento in cui deve andarsene”, ma il momento in cui si deve accettare e superare nel modo in cui lo interpretiamo.

È un processo lungo. Non avviene di certo con un’epifania, dopo un unico e univoco tentativo, nell’isolamento.

Ogni evento lascia una cicatrice profonda nell’individuo, una cicatrice di cui si deve essere a conoscenza, una cicatrice di cui si deve comprendere ogni sfaccettatura, una cicatrice che va considerata per quel solco indelebile che è stato, è e sarà nelle nostre esperienze.

Dove trovare Agorafobia: http://www.shockdom-store.com/home/173-agorafobia.html

Primi passi – Agorafobia (Dario Moccia e Fubi)

Legenda:

Primi passi: la recensione non contiene spoiler. Analizzo brevemente le prime fasi del progetto (illustrazioni/storia primordiale). Cerco di introdurre il lettore al fumetto trattato, per guidarlo nell’acquisto o nell’allontanamento dell’opera.

Sediamoci: la recensione contiene spoiler. Uno sguardo approfondito all’opera, una volta concluso il suo ciclo, con giudizi analitici nella totalità. La seguente recensione sarà costellata da opinioni PRETTAMENTE PERSONALI. L’oggettività assoluta non esiste, pertanto le mie parole non esprimeranno verità imprescindibili e giudizi incondizionati dai miei gusti. È consigliata per chi ha già letto l’opera e vuole confrontarsi con un altro punto di vista.

 

Primi passi – Agorafobia (Dario Moccia e Fubi)

Il comparto grafico di Agorafobia a prima vista potrebbe spiazzare il lettore. Il disegno sporco e a tratti abbozzato, volutamente poco preciso, crea un’ambiente favorevole per il progredire di una trama cupa, in cui la riflessione sull’aspetto estetico e narrativo si sviluppa inizialmente in due fasi distinte e poi si ricondensa per la sua comprensione unitaria.

La comunicazione non verbale del racconto nasce dallo stile dell’illustrazione: in alcuni punti le vignette si prestano perfettamente a questo scopo, mentre in altri casi il disegno confonde il lettore a causa della sua poca comprensibilità.

La chiarezza non sempre eccelsa è un’arma a doppio taglio soprattutto per la portata di un tema così difficile da trattare, quale l’introspezione umana.

frame agorafobia 1

frame agorafobia 2

L’essere umano, la sua essenza unica e personale, anima e corpo, il vortice di disagio interiore universale e peculiare, il lato oscuro e quello luminoso di ogni uomo. I temi trattati da Dario Moccia e Fubi si stagliano nella complessità della mente umana, nelle sue contraddizioni e nelle sue coerenze.

La trama cerca di divincolarsi nei meandri della psiche usufruendo sia di aspetti metaforici sia di quelli letterali.

Il racconto riesce a mantenere una coscienziosità e una propria logica, senza perdere il fulcro narrativo dell’analisi umana. Tuttavia la rapidità degli avvenimenti fa sì che la riflessione sia troppo superficiale e forse, in pochi punti, stereotipata.

Lo consiglio?

Sì. Consiglio Agorafobia a coloro cui piace confrontarsi con l’argomento della rinascita e della redenzione del sé (ma non della patologia), a coloro che amano la SPERIMENTAZIONE grafica e amano soffermarsi sul significato delle immagini.

Complimenti a Dario Moccia e Fubi per aver sfornato con discreto successo una PRIMA opera non convenzionale, fuori dagli schemi, per aver sperimentato con coraggio e per essere stati fedeli intra-opera.

La trama non è semplice, ma nemmeno troppo complessa per una riflessione sui temi trattati; con le giuste chiavi di lettura è decifrabile e accessibile fin dai primi momenti di lettura.

Dove trovare Agorafobia: http://www.shockdom-store.com/home/173-agorafobia.html

La “Nona arte” incontra narraMELO

Il fumetto italiano sta pian piano prendendo piede all’interno del nostro panorama artistico e commerciale.

Spesso cerchiamo all’estero opere che possano soddisfare i nostri gusti, lamentandoci della carenza d’arte in Italia, senza essere del tutto consapevoli del mondo che ci circonda. Tuttavia sul nostro territorio viene prodotto materiale da valorizzare e portare alla luce.

Pertanto il mio intento è quello di trattare e analizzare opere rigorosamente italiane provenienti sia dal mondo online sia da quello della pubblicazione cartacea.

Le recensioni di cui mi occuperò saranno divise in due parti:

  • Primi passi. Non contiene spoiler. Analizzo brevemente le prime fasi del progetto (illustrazioni/storia primordiale). La recensione sarà volutamente corta per una veloce fruizione da parte del lettore, cercando di introdurlo al fumetto trattato e di guidarlo nell’acquisto o nell’allontanamento dell’opera.
  • Sediamoci. Contiene spoiler. Uno sguardo approfondito all’opera, una volta concluso il suo ciclo, utilizzando giudizi analitici nella totalità. La seguente recensione sarà costellata da opinioni PRETTAMENTE PERSONALI. L’oggettività assoluta non esiste, pertanto le mie parole non esprimeranno verità imprescindibili e giudizi incondizionati dai miei gusti. Consiglio l’approccio a chi ha già letto l’opera e vuole confrontarsi con un diverso punto di vista, in modo tale da confermare/falsificare le proprie teorie.

Si parte con…

Imperfezioni

Cosa rende attraente una persona? Quale magia mi strega quando percepisco la bellezza in qualcuno?

I miei occhi stanno osservando la figura davanti a me, il mio olfatto capta il denso profumo emanato dal suo corpo, le mie mani si avvicinano alla sua pelle, il contatto intimo si instaura improvvisamente, tutti i miei sensi banchettano ad una tavola di sensazioni fugaci.

Sono sazio, momentaneamente sazio. Ma non del tutto appagato.

Cosa devo fare per soddisfare il mio impulso erotico?

Non cerco la bellezza esteriore, non il contatto fisico, non un semplice amplesso, non il sesso.

L’avvenenza mi stanca, mi sembra scialba, così inflazionata, mero oggetto di sé stessa.

Non è un bel carattere che cerco, non la voracità intellettuale, non una semplice discussione, non un rapporto relazionale.

L’intelligenza mi stanca, mi sembra riduttiva, così costruita, semplice artificio sociale.

Ma ha importanza?

Mi nutro del corpo della persona al mio fianco, faccio mia la sua essenza.

Mi illudo di capire cosa mi separi dalla realizzazione.

Continuo ad osservare la sua pelle, ad inspirare il suo profumo e ad espirare il mio: me ne approprio, ne faccio parte di me.

Non ci riesco! È un essere così dannatamente fantastico, puro nella sua bellezza.

Posso vedere il flusso della sua mente fluire nella stanza, mi sta accerchiando. È così fottutamente soverchiante.

Tutto ciò mi dà la nausea.

Mi concentro sul suo petto. I miei occhi si soffermano intorno al capezzolo destro, è stranamente enorme, di un colore inusuale, di una forma in cui non mi ero mai imbattuto.

La sensazione di malessere, che fino a quel momento mi aveva attanagliato, pian piano svanisce per lasciare il posto ad una felicità irrazionale.

I miei occhi galoppano immediatamente sul capezzolo opposto: è più piccolo della sua controparte, si avvicina maggiormente alla normalità.

Questa diversità mi sta attirando sempre di più, di più, di più…

Non possono smettere di guardare, la soddisfazione si propaga, non possono smettere di pensare a quelle imperfezioni.

Sì! Ecco cosa adoro, cosa bramo, cosa ricerco.

L’IMPERFEZIONE.

Ora si sta vestendo.

I jeans, che ha appena indossato, deformano il suo sedere, lo rendono più brutto se considerato all’interno di una convenzione estetica.

Libidine suprema.

La maglietta sta coprendo i suoi capezzoli così fantastici, non vedo l’ora di poterla togliere, per riportare alla luce quella meraviglia, per poter godere.

Mi sorride, i nostri sguardi si incontrano.

I nostri occhi si fondono.

Le pupille nere risplendono.

Sono in estasi.