Quando non si ha più tempo, allora ci si adegua

Quando non si ha più tempo, allora ci si adegua

Poco tempo, poche energie, lo schermo del pc mi stanca.

La lettura richiede l’ozio, richiede mente, richiede un dispendio di forza che non tutti possono permettersi.

Anche io mi accorgo di come il tempo dedicato alla scrittura o alla stessa lettura stia diminuendo a causa dei numerosi impegni.

E se non si possono portare le persone dal proprio lato ci si conforma, tuttavia senza perdere il proprio modus operandi.

Con queste poche righe non voglio certamente affermare di abbandonare i numerosi progetti (forse troppi) che ho in cantiere oppure di eliminare la produzione dei “racconti brevi” o dei “pensieri” che, seppur già sporadici, ogni tanto fanno e faranno capolino.

Qui ed ora affermo di iniziare un nuovo ciclo creativo “poche parole, perché non abbiamo tempo” in cui nel limite consentito da Twitter, espongo riflessioni ultra-brevi nel formato che caratterizza questo social.

Sarà più facile per me e per chi mi segue o seguirà, avere una parvenza della mia esistenza e delle mie “opere”.

La puttana

Avete presente quando vi vengono le voglie? Quel determinato momento in cui una semplice macchiolina si espande e comincia ad assillarvi finché non la soddisfate.

La stessa cosa succede a me ogni giorno, quella macchiolina nasce improvvisamente durante il giorno e io devo assecondarla per mantenere un perfetto equilibrio fisico e mentale.

Nulla di strano fino a qua.

Nulla di strano nemmeno in quello che andrò a raccontare, se strano non risulterà ai vostri occhi. In ogni caso sarò solo un vostro capriccio considerarlo tale.

Come accennavo poco fa, ogni giorno un desiderio mi inonda da capo a piedi: il desiderio di scopare qualcuno.

Non mi interessa se sia un estraneo, se sia una persona con la quale sto intrattenendo una relazione, un amico o un’amica.

Io devo scopare.

Tuttavia il sesso vaginale lo trovo noioso, l’unico modo per soddisfare quella macchiolina è praticare anal.

In città hanno iniziato a chiamarmi la “puttana”, ormai il mio cellulare è intasato da messaggi e telefonate inopportune, mi insultano, mi deridono, mi vogliono anche loro.

Quando il sesso è slegato dalle emozioni viene visto negativamente, connotato di una carica che rifiuta il suo piacere in quanto azione fine a se stessa, tuttavia anelato morbosamente.

In questo modo si entra in un vortice innaturale, probabilmente artificioso: da semplice persona divento la “puttana”, il peso degli altri viene scaricato su di me.

Così è più facile, no?

E io in parte sono felice perché riesco a giungere a quell’appagamento che altresì mi sarebbe precluso. Tutto il resto del curriculum della vita viene cancellato e in caratteri cubitali viene sostituito da “LA PUTTANA”.

Questa è l’etichetta che mi hanno affibbiato, la “puttana dell’anal”.

Se vuoi sperimentare io sono qui, ma non sono solo questo.

Sicuramente non ti interesserà sapere che posseggo una laurea in giurisprudenza, che posso correre 12 km in 40 minuti, che amo coltivare frutta e verdura nel mio piccolo giardino, e altre cose noiose della vita che potrebbero accomunarmi a tutti.

Tu vuoi chiedermi: “Erich ogni giorno devi essere penetrato da dietro o devi penetrare da dietro per stare bene con te stesso?”

La risposta è che vuoi avere il mio numero per conoscermi e soddisfare quel lato di te che rimarrebbe tabù, che rimarrà tabù perché non uscirà dalla mia stanza.

338567…

 

 

Pezzi di corpo

Il bagno è il luogo più intimo delle mia casa: il punto in cui i primi momenti di coscienziosità mattutina prendono forma e l’ultimo in cui abbandono la mente razionale per poi immergermi nel riposo onirico.

L’unica stanza dove posso veramente osservarmi, dove lo specchio può riflettere la mia immagine, che altresì non mi sarebbe concesso vedere.

L’area in cui il mio viso è ritratto virtualmente, ma replica alla perfezione la mia vera essenza e le mie forme: posso assaporare il mio volto squadrato, dotato di una mascella imponente, i miei occhi scuri mi fissano al di là di quella superfice e io fisso loro, si interfaccia uno scambio reciproco con me stesso.

Più mi guardo e più comprendo di essere corpo: testa, braccia, busto. La dimensione dello specchio è delimitata fino all’altezza del bacino, oltre non posso vedere, ne oserei abbassare lo sguardo per verificare un’esistenza che in questo luogo non si riproduce.

Le mie mani si avvicinano al viso per garantirmi cura e pulizia, richieste per un’apparenza pubblica decente. Quando la mia cute spessa e dura, a causa dei calli, viene a contatto con altra mia pelle si genera un senso di vita, si sprigionano sensazioni che mi rendono consapevole della cenestesi: se non potessi vedermi allo specchio potrei comunque sentirmi presente nel mondo.

Sono composto da parti anatomiche imprescindibili dal mio essere, io sono pezzi di corpo uniti fra di loro. Mani, polso, ossa, muscoli, braccia, spalle, sternocleidomastoideo, legamenti, testa, umore vitreo, retina, con cui posso osservare tutto questo e, dove non posso avere un diretto riscontro visivo, il mio cervello ha acquisito immagini da libri o da filmati attraverso i quali posso ricostruire tutto il mio essere. Il mio essere fino al bacino ovviamente, fintanto che le dimensioni dello specchio sono limitanti.

Se penso di essere corpo in qualche modo io dovrò essere anche mente; ma non mi riferisco al cervello con tutte quelle rughe, con i suoi sistemi fisiologici, con l’amigdala, con l’ipotalamo e tutti gli altri pezzi, ma alludo alla sua complessità, al suo giocare con noi.

L’esempio più calzante, per spiegare questa situazione, coincide con un mio piccolo vizio: il fumo. Odio l’odore del tabacco, crea fastidi ai pezzi del mio corpo, al mio naso, alla mia trachea, ai miei polmoni, ma appaga la mia mente. Lo trovo un modo fantastico per attaccar bottone, io adoro interfacciarmi con altre persone.  “Scusi! Ha l’accendino per favore, l’ho dimenticato a casa” “ha una sigaretta, cortesemente? Oggi sono uscito senza!” “Anche io sono un fumatore accanito, aaaahh quante storie potrei raccontarle…”.

Quando esco dal bagno è giunto il momento di separami da me stesso e immergermi nella massa, quello è il punto di rottura del mio individualismo intimo a favore di un collettivismo pubblico.

Mi allaccio entrambe le scarpe, ultimo indumento da indossare in seguito alla vestizione e sinonimo dell’inizio della giornata lavorativa. Sento la necessità di stringere maggiormente il piede destro, la scarpa non calza come dovrebbe: è un fastidio abituale della mattina. Una routine che ho da troppi anni.

Mi osservo finalmente al di sotto del bacino: sono pronto per uscire!

La sedia a rotelle è scalpitante a pochi passi e aspetta che io prenda posto.

Chiamo mia moglie per farle sapere che sono pronto…

La musica 2016 (cos’è una canzone?)

Cos’è una canzone?

Sebbene questa domanda possa apparire banale, la risposta non è proporzionalmente semplice.

Una prima riflessione ci porta a considerare la complessità della questione: un’affermazione univoca non esiste.

Una canzone potrebbe essere una composizione musicale accompagnata o slegata da un testo.

Una canzone potrebbe essere un mezzo per esprimere e veicolare idee.

Una canzone potrebbe asservire a diverse e diversificate situazioni.

Una canzone potrebbe essere uno strumento per intrattenersi e intrattenere (divertirsi e far divertire, commuoversi e far commuovere, consolare o far consolare, …)

Una canzone potrebbe essere prodotta da una sola persona, o da più mani, o in gruppo, attraverso contatti diretti o a chilometri di distanza.

Una canzone potrebbe essere metaforica, una canzone potrebbe essere letterale.

Una canzone potrebbe essere parodiata, storpiata, modificata, modellata in mille versioni e contemporaneamente rimanere unica.

Una canzone potrebbe essere cantata, potrebbe essere suonata, potrebbe essere fischiettata, potrebbe essere ballata, potrebbe essere ascoltata o potrebbe essere solamente percepita.

Una canzone potrebbe diventare famosa, una canzone potrebbe rimanere di nicchia.

Una canzone potrebbe essere condivisa, una canzone potrebbe rimanere personale.

Una canzone potrebbe piacere o infastidire a seconda dei nostri gusti personali e imprescindibili.

Una canzone potrebbe sembrare banale, una canzone potrebbe sembrare geniale.

Una canzone potrebbe esser solo di passaggio o rimanere per sempre.

Una canzone potrebbe carpire l’anima, potrebbe coinvolgere in molteplici sfaccettature il cuore, la mente e il corpo di una persona.

Una canzone potrebbe avere un significato diverso per ogni particolare persona che la ascolti.

Una canzone potrebbe aver simultaneamente o esclusivamente ognuna di queste declinazioni.

Una canzone (la musica) per me è un frammento della mia vita dall’indiscussa importanza e dal peso indissolubile.

Una canzone è…

Una sera qualunque

I brevi avvenimenti che andrò a raccontare sono sospesi tra reale e surreale. Ciò che ho vissuto potrebbe essere ricondotto ad un concreto avvenimento della mia vita, ma è altrettanto vero che potrebbe essere stato solo frutto della mia immaginazione.

Fatto sta che il peso di quel momento grava ancora nel mio organismo, senza tuttavia inficiare il comune svolgimento della mia vita.

Per capire, forse, sarebbe più facile iniziare a raccontare la storia.

Durante il ritorno da una serata di tranquillo svago, stavo guidando verso casa, pronto a immergermi nelle coperte e godermi un meritato riposo.

Di fianco a me l’ultimo amico da accompagnare verso la propria abitazione, solo questo mi separava dalle braccia di Morfeo.

Strada poco illuminata che collega il mio paesino a quello dell’ultimo amico congedato.

Semaforo rosso.

Mi fermai.

Ero pronto, non appena fosse apparso il verde, a svoltare a destra per imboccare la via verso la meta prestabilita.

Notai di fianco a me una macchina accostata, con le luci spente, ma al cui interno due figure si stagliavano nell’ombra.

Scambio di sguardi con il mio passeggero: avranno bisogno di aiuto? Si sarà fermata la macchina e non riescono più a partire? Staranno male?

Domande lecite, che necessitavano di risposta, dovevamo soddisfare la nostra fame di sapere e compiacere il nostro buon istinto di persone magnanime.

Ci accostammo alla vettura e abbassai il finestrino.

Nessun segno di vita.

Gesticolammo per attirare l’attenzione, bussammo contro il vetro per richiamare i due individui.

Nessun segno di vita.

Osservammo sconcertati, ora non ricordo con precisione la corretta quantità di tempo, quell’insolito comportamento.

I due sconosciuti stavano fissando il parabrezza senza batter ciglio, senza muovere un muscolo, con il capo rigido e lo sguardo rivolto dritto davanti a loro.

Sembravano vacui e quasi spettrali.

Non ricevendo alcuna risposta, abbandonammo il nostro intento d’aiuto e ci dirigemmo verso casa.

Ricordando questo avvenimento mi sembra inverosimile sia successo. Probabilmente avrei dei dubbi se fossi stato solo: uno scherzo della stanchezza, dell’infausta mente.

Eppure non ero solo, eravamo in due ad aver visto e ad aver vissuto questa scena.

Allucinazione collettiva?

Bizzarrie dell’essere umano?

Non saprei dare alcuna risposta.

 

Imperfezioni

Cosa rende attraente una persona? Quale magia mi strega quando percepisco la bellezza in qualcuno?

I miei occhi stanno osservando la figura davanti a me, il mio olfatto capta il denso profumo emanato dal suo corpo, le mie mani si avvicinano alla sua pelle, il contatto intimo si instaura improvvisamente, tutti i miei sensi banchettano ad una tavola di sensazioni fugaci.

Sono sazio, momentaneamente sazio. Ma non del tutto appagato.

Cosa devo fare per soddisfare il mio impulso erotico?

Non cerco la bellezza esteriore, non il contatto fisico, non un semplice amplesso, non il sesso.

L’avvenenza mi stanca, mi sembra scialba, così inflazionata, mero oggetto di sé stessa.

Non è un bel carattere che cerco, non la voracità intellettuale, non una semplice discussione, non un rapporto relazionale.

L’intelligenza mi stanca, mi sembra riduttiva, così costruita, semplice artificio sociale.

Ma ha importanza?

Mi nutro del corpo della persona al mio fianco, faccio mia la sua essenza.

Mi illudo di capire cosa mi separi dalla realizzazione.

Continuo ad osservare la sua pelle, ad inspirare il suo profumo e ad espirare il mio: me ne approprio, ne faccio parte di me.

Non ci riesco! È un essere così dannatamente fantastico, puro nella sua bellezza.

Posso vedere il flusso della sua mente fluire nella stanza, mi sta accerchiando. È così fottutamente soverchiante.

Tutto ciò mi dà la nausea.

Mi concentro sul suo petto. I miei occhi si soffermano intorno al capezzolo destro, è stranamente enorme, di un colore inusuale, di una forma in cui non mi ero mai imbattuto.

La sensazione di malessere, che fino a quel momento mi aveva attanagliato, pian piano svanisce per lasciare il posto ad una felicità irrazionale.

I miei occhi galoppano immediatamente sul capezzolo opposto: è più piccolo della sua controparte, si avvicina maggiormente alla normalità.

Questa diversità mi sta attirando sempre di più, di più, di più…

Non possono smettere di guardare, la soddisfazione si propaga, non possono smettere di pensare a quelle imperfezioni.

Sì! Ecco cosa adoro, cosa bramo, cosa ricerco.

L’IMPERFEZIONE.

Ora si sta vestendo.

I jeans, che ha appena indossato, deformano il suo sedere, lo rendono più brutto se considerato all’interno di una convenzione estetica.

Libidine suprema.

La maglietta sta coprendo i suoi capezzoli così fantastici, non vedo l’ora di poterla togliere, per riportare alla luce quella meraviglia, per poter godere.

Mi sorride, i nostri sguardi si incontrano.

I nostri occhi si fondono.

Le pupille nere risplendono.

Sono in estasi.

Le stelle sono luminose (parte finale)

L’elevazione del corpo e della mente portarono Karoline alla sublimazione dello spirito.

Il momento in cui riprendo a raccontare è proprio questo: dove il mio pensiero può evincere le reali azioni del protagonista, dove la mia bocca può esprimere un significato logico, dove la mia mano segue la linea intrinseca del giovane uomo e della sua storia.

Quando nella volta celeste si scontrarono elementi dall’inusuale forma e dimensione, una teogonia ebbe inizio a nostra insaputa. Fu la nascita di ogni sapere e comprensione, ciò a cui l’uomo aspira, non tanto quanto individuo in sé, ma quanto essere umano. Il rumore che si manifestò ruppe la calma assoluta dell’idillio celeste, il peso della conoscenza piombò come un macigno in una landa desertica.

Se non avessi assistito, non avrei captato alcun suono, non avrei dato importanza a quegli eventi.

Lo spirito di Karoline collise con il sapere, ne divenne parte, ma distinto nella sua essenza ed esistenza. Il vociare dei suoi pensieri si fece largo nell’infinito, fino a raggiungere coloro che porgevano l’orecchio, curiosi.

Il giovane uomo osservò gli esseri viventi << Quelli sono dinosauri!>> esclamò << Le pattuglie di sicurezza del futuro, quali splendidi esemplari>>. << E quei cavalli di seta? Imponenti nel loro galoppare tra le dune di gelatina color indaco e le splendenti palme di piombo>>. Karoline poteva vedere, poteva capire, poteva soprattutto spiegare, ma quest’ultima azione la tenne per sé.

<<Il senso della vita, lo sento, sono vicino ad esso, ed è semplice…

Probabilmente il sonno gioca brutti scherzi. In questo punto mi addormentai o mi distrassi momentaneamente, fatto sta che non colsi le parole di Karoline.

Mi destai troppo tardi, quando molti avvenimenti avevano già compiuto il loro percorso. Non so cosa successe, ne se fosse interessante. Ma in ogni caso dovrò narrare ciò che accadde ormai giunta l’alba.

Sono spiacente per i lettori, ma non posso rimediare.

Io devo raccontare una storia vera, così come l’ho vista!

Sarei un infame se facessi il contrario.

Il Sole stava per sorgere. In lontananza scomparivano stelle dopo stelle per lasciare posto ad una più grande, almeno per noi.

Il calore e la luminosità stavano aumentando sempre di più, a quella temperatura perfino il fluido più ruvido si sarebbe sciolto.

Rividi Karoline di nuovo seduto sul suo balcone, mentre la tazza di tè era ormai completamente piena.

Le piccole macchie del manto celeste stavano scomparendo, mentre Karoline cercava di raggiungerle nuovamente.

Fallì miseramente.

Triste guardò il pavimento sopra la sua testa, meditò e rimase cogitabondo di fronte al muro.

Tutta quell’interiorità fu distratta da un fastidio, proveniente dal basso, dai pantaloni. La mano di Karoline scivolò velocemente nella fessura dei jeans. Durante il tragitto di ritorno verso casa, alcune stelle si erano subdolamente infiltrate negli indumenti del giovane uomo. Per liberarsi da questo fardello, le luminose entità furono gettate in una lettiera lì vicino.

Poco prima del sorgere del Sole, Karoline stava accarezzando il suo nuovo gatto. Animale comune nella maestosità dell’universo. Il vuoto interiore era stato colmato. Ora la luce dell’alba coccolava con dolcezza la sua figura, mostrando la tranquillità di un animo umano nell’equilibrio interiore.

Qui si conclude la storia, dal momento in cui non c’è più nulla da narrare. O forse non ho più voglia di continuare?!

Ora vi starete chiedendo la mia identità, dico bene?

Avete presente il famoso detto “se i muri potessero parlare…”, ottimo! Osservate con attenzione la casa di Karoline e, se non potete, immaginatela, facendovi guidare da me. Scorriamo le pareti, in un angolo troverete una sedia, anche le sedie hanno il loro “da dire”. Concentratevi su quella sedia, vedete ora?

E sì…

Sono proprio io!

Il fratello di Karoline, che seduto comodamente, ha raccontato questa storia.

Non toglietemi le sicurezze della vita

Parlare di sicurezze può risultare complesso, pertanto cercherò di dare la mia visione personale riguardo a questo argomento.

Nella vita ciò che noi consideriamo sicurezza può essere espressa solo a posteriori: la sicurezza che possiamo avere è inerente a ciò che si è già verificato, ovvero quello che ormai è entrato a far parte della STORIA.

La STORIA di cui parlo è sia il passato della società/mondo/esistenza del genere umano sia quello individuale/personale/idiosincraticamente unico. (Considerando ovviamente i limiti d’anacronismo, di influenza sociale e culturale delle persone: come essi abbiano vissuto, ricordino, raccontino o leggano la STORIA.)

Tutto ciò che crediamo sicurezza a priori non è altro che fede/fiducia in quel determinato evento.

Attraverso le nostre esperienze possiamo cercare di predire o di organizzare situazioni future e presenti, ma fintanto che esse non si siano realizzate e concluse (e ne veniamo a conoscenza) non è possibile sostenerle come sicurezze assolute.

Esaminare questa STORIA è necessario per apprendere informazioni sulla società o sull’individuo e capire (in parte) con quale visione si affronti il “divenire”.

Non toglietemi le sicurezze della vita, ciò che mi è accaduto personalmente ed è accaduto storicamente, perché sono parte di me e rappresentano il modo in cui affronto il futuro nella sua incertezza.

Piango sui propositi dell’anno (2016)

La giungla dei social network si è riempita di “post” a prima vista personali e unici, ma che possono essere facilmente tematizzati in un’ideologia comune: i buoni propositi per l’anno nuovo. Ognuno esprime la propria volontà di migliorare, crescere, compiere progetti in un arco di tempo di 365 giorni; in aggiunta si analizza il bilancio complessivo dell’anno appena trascorso, valorizzando i lati positivi e demonizzando quelli negativi.

Non voglio avere la presunzione di giudicare questo comportamento che di certo può essere stimolante per chi ne usufruisce, acquisendo un valore importante.

Il problema dove sorge, quindi?

Quando le persone mi incalzano per sapere come sia andato il mio anno, per conoscere i buoni propositi e per capire se abbia superato preoccupazioni/traumi.

Si scontrano inesorabilmente contro un muro invalicabile. Rimangono stupefatti e, anzi, pensano che nascondi loro qualcosa.

Il concetto che voglio esprimere è semplice: non riesco a vedere un anno temporale come un pacchetto esperienziale.

Mi spiego meglio.

Moduli di 365 giorni, scientificamente e socialmente condivisi, non sono importanti per quanto riguarda i miei progetti e il mio modo di essere. Eventi importanti e/o situazioni sgradevoli si vivono anche a cavallo dei vari anni, possono durare per periodi brevi o prolungarsi per archi lunghissimi.

I buoni propositi possono nascere ad anno già avviato, gli eventi svantaggiosi superati in qualsiasi momento ed analizzati quando ci sentiamo pronti. Non riesco a considerare un punto di partenza temporale più importante di un altro.

La fortuna e la sfortuna sono in agguato in ogni momento, altamente al di fuori di ogni preciso e scrupoloso controllo. Sta a noi affrontare gli avvenimenti, siano essi positivi o negativi, grazie alle nostre abilità e alle conoscenze acquisite nel tempo.

Piango sui miei propositi per l’anno nuovo; piango sul nulla, perché non ne ho!

 

Show dei talenti (parte finale)

“Cover” ripeteva disperatamente Sider nella sua testa. All’improvviso un’idea gli balenò nella mente come quando, sotto la doccia, l’acqua ti avvolge nel suo caldo abbraccio e mille idee geniali inondano il tuo lato creativo.

“Potrei…” osò pronunciare con voce flebile “… potrei avere un’altra possibilità? Questa volta una cover”.

I giudici si guardarono vicendevolmente e annuirono in segno di approvazione; gli occhi di Sider si illuminarono a quel gesto, l’opportunità di diventare un cantante non era ancora sfuggita dalle sue mani.

Per eseguire una performance adeguata, Sider necessitava di una chitarra e un tecnico uscì prontamente dalle quinte per soddisfare la sua richiesta.

Il ragazzo si sedette a cavalcioni sul bordo del palco, imbracciò la chitarra con tutta l’energia in corpo e si avvicinò al microfono “Questa canzone ha un forte significato per me!”

La sua anima si espanse attraverso la sua voce, il suo cuore si aprì e le calde parole che uscirono dalla sua bocca deliziarono il pubblico.

L’esibizione fu struggente e altamente emozionante: Sider aveva messo in scena il lato di sé che solitamente teneva nascosto.

Il silenzio regnava sovrano fino a che uno dei giudici ruppe quel momento quasi surreale e magico.

“Mi hai toccato dentro, non pensavo che potessi essere in grado di fare una cosa del genere. Sono sbalordito”. Il giudice, che precedentemente aveva negato il passaggio di Sider alla fase successiva, sembrava essersi redento. “Però ho visto un cambio così repentino da un momento all’altro, posso fidarmi di una persona del genere?” domandò con schiettezza.

Sider fu preso da sgomento, ma in maniera inaspettata rispose con semplicità e spontaneità “credo che la musica non sia una cosa unica all’interno di una persona: la musica può far divertire, può e deve far ridere; la musica può trasmettere messaggi, può veicolare le proprie idee; la musica deve suscitare emozioni profonde, può provocare scalpore e lasciare cicatrici nell’anima. Se riesco in uno di questi intenti io ho fatto musica e sono fiero di aver cantato, raggiungendo il pubblico in un modo o nell’altro!”

Il giudice sorrise all’affermazione di Sider “va bene, per adesso ti do il mio SÍ. Vedremo nelle prossime fasi come ti comporterai”.


“Ora verrà consegnata ad ognuno di voi una lista con i titoli delle canzoni che dovrete cantare nella prossima fase” la voce metallica fuoriusciva ad intervalli regolari dal trasmettitore appeso al soffitto, la sua litania ruppe la calma che si era creata dopo la prima fase dello show.

Il gruppo dei vincitori contava circa 30 partecipanti, prontamente posizionati dagli organizzatori del programma in una stanza d’attesa.

“Limitate i contatti, quando sarà chiamato il vostro numero superate la porta in fondo alla sala e aspettate!” questi erano gli ordini dettati dall’altoparlante.

“505” nella sala era rimasta una dozzina di persone, finalmente era il turno di Sider.

Il ragazzo si alzò da un angolo della stanza, fino a quel momento era rimasto isolato perché non era riuscito a trovare facce conosciute ed aveva limitato i contatti come era stato imposto.

Non appena superò lo porta che gli era stata indicata, si trovò in un luogo angusto dove erano presenti solo un tavolo con due sedie.

All’altra estremità un signore sulla cinquantina fissava davanti a sé “prego si sieda numero 505” disse mentre estraeva un foglio da un plico sul tavolo.

“Mi chiamo Sider” disse il ragazzo.

L’uomo non lo degnò di uno sguardo “505 questa è la sua lista, abbiamo scelto per lei 3 canzoni. Le saranno fornite base e testo, tra una settimana ci sarà la seconda fase ad eliminazione dello show. La aspettiamo puntuale” queste parole sembravano meccaniche, come se quella persona fosse un automa.

Sider prese il foglio in mano e lo esaminò “le conosco queste canzoni, ma non sono il mio genere. Non potrei avere altre opzioni?” chiese gentilmente.

La risposta sbalordì il ragazzo, la freddezza del suo interlocutore era inumana “io non faccio le regole, se ti hanno assegnato queste canzoni c’è un motivo. Il motivo è semplice: devi cantarle! Ora puoi uscire dalla porta dietro di me e non da quella da cui sei entrato. Una settimana e dovrai esibirti, puntuale!”

Sider non poté controbattere, si alzò della sedia e con passo desolato lasciò quel luogo.


“Numero 505? Per favore venga con noi” due energumeni in giacca e cravatta si posizionarono di fronte a Sider fissandolo negli occhi.

Il ragazzo obbedì più per paura che per volontà e seguì i due uomini in uno stanzino appartato, al cui interno era presente un giovane molto elegante.

“505, giusto? Sider se non sbaglio” il nuovo personaggio sorrise calorosamente “bene, bene! Ho sentito che nell’esibizione di oggi non si atterrà alla nostra lista. Eh… Le voci corrono! Comunque non le conviene farlo. Non mi piacciono le persone che fanno ciò che gli pare” spalancò la bocca in un sorriso a 32 denti, ma questa volta il suo sguardo era minaccioso.

Sider non sapeva cosa rispondere, non si capacitava di come l’avessero scoperto.

“In ogni caso se non ti attieni a ciò che le abbiamo detto, i giudici hanno l’ordine di non farla passare alla fase finale. In questo modo diciamo che sarà eliminato per sempre dal mondo musicale e mi assicurerò che lei non ne faccia mai parte. Ora caro 505 ha due possibilità: o fa come le diciamo o firma questo foglio in cui attesta la rinuncia ad un posto in questo spettacolo e potrà continuare per la sua strada, da solo. Ora spetta a lei!” così dichiarò l’uomo, mentre porgeva un foglio e una a penna a Sider.

Mille pensieri affollarono la testa del giovane “ho una mia identità, la posso accartocciare così come se nulla fosse?” “ma se non faccio come dicono, sono finito!” “se cominciano a controllarmi ora, che farò poi? Dovrò sempre sottostare alle loro regole” “io voglio cantare le mie canzoni, ciò che canto è speciale! Ma sarà davvero così?” “non voglio essere modellato come tutti gli altri, la mia personalità e creatività sono uniche” “sono così sicuro di essere speciale? Fino ad ora non ho concluso nulla”.

Sider prese il foglio e la penna, li strinse nelle sue mani per alcuni minuti. Guardò negli occhi gli uomini davanti a lui e, dopo aver annuito, riconsegnò il materiale che gli era stato affidato e uscì dalla stanza.

Sulla lunga linea in fondo al foglio, nello spazio predisposto per la firma…