Il figlio (parte finale)

“Oggi andiamo da un bravo dottore” disse la madre di Rember al figlio, che a queste parole iniziò a piangere disperatamente. “Non preoccuparti” la donna cercò di rassicurarlo “questo è molto meglio dell’altra volta, questo dottore è il migliore!” esclamò con forza e determinazione, quasi volesse contagiarlo del proprio entusiasmo.

Rember, tuttavia, continuò a gemere preoccupato e iniziò a scuotere la testa in segno di dissenso; con tutta la forza in corpo si ancorò alla gamba del proprio letto e con decisone non volle abbandonare la presa.

“Smettila di fare i capricci” ordinò imperativa la madre “e ora vieni con me senza fare tante storie” i suoi occhi si tinsero di rabbia e con la stessa ferocia strappò il bambino dal suo appiglio “lo faccio per il tuo bene” sentenziò aspramente.


Un’ampia sala con le pareti bianche immacolate accolse Rember e la madre, che fu subito soddisfatta dell’ambiente in cui si trovavano. Una dolce infermiera li ricevette e invitò loro a sedersi durante l’attesa, in quella sala d’aspetto così professionale.

Da una porta in fondo alla stanza apparve un uomo dalla statura possente, avvolto nel suo candido camice. Il suo aspetto era così elegante e autoritario, che conquistò immediatamente la donna. “Signora Rotten, la prego si accomodi” la voce del dottore riverberò con vigore nell’aria.

La donna spiegò la situazione al medico in ogni minimo dettaglio “dottor Zepam c’è qualche speranza?” chiese non vedendo un barlume di speranza in fondo a quel tunnel oscuro.

“Signora c’è sempre una soluzione” rispose orgoglioso “in fin dei conti dobbiamo solamente portare suo figlio da uno stato A negativo ad uno B positivo” il medico estrasse una cartellina da un cassetto e la porse alla signora “ci sono molti modi per giungere al nostro obiettivo. Legga il contenuto di quel fascicolo: è una cura sperimentale e innovativa, diciamo pioneristica nell’ambito medico, creata da me con alcuni colleghi”.

La signora ispezionò velocemente il contenuto del plico “Ma funziona?” in realtà non aveva capito quasi nulla, ma non importava dato che il medico le aveva assicurato una soluzione efficace.

“Questa cura è stata sottoposta a cinque soggetti e tutti i risultati sono stati soddisfacenti: le garantisco che suo figlio non avrà più problemi”.

Il viso della donna si fece raggiante, si illuminò per la felicità e non riuscì a contenere la propria gioia “Bene, sì… è proprio quello che cercavo” strepitò appagata “quando si può iniziare?”

“Prima dovrò visitare il piccolo Rember e in uno o due giorni possiamo iniziare” si alzò e aprì un armadietto, prelevando un piccolo flaconcino bianco sulla cui etichetta spiccava una piccola faccia gialla e sorridente “con queste pillole andiamo ad intervenire su alcune zone del cervello, in questo modo vedrà cambiamenti in suo figlio. Dopo aver visitato il bambino, le spiegherò la dose giornaliera e la modalità d’assunzione della medicina”.


“Prendi la tua caramellina Rember” la donna porse una pastiglia dalla forma ellittica al bambino “ti vengo a prendere io quando finisci la scuola, a pranzo viene da noi quel tuo amichetto a mangiare?” chiese conoscendo già la risposta, ma godendo nel sentirsela dare da suo figlio.

Rember annuì senza pronunciare altre parole, ma rallegrò la madre per la risposta affermativa.

Il bambino uscì da casa e si diresse verso il pulmino della scuola, che in tutta la sua ingombrante eleganza aspettava alla fermata prestabilita di fronte all’abitazione.

“Ora prende anche il pulmino, prima dovevamo portarlo noi a scuola” disse con occhi pieni di speranza al marito “e poi dopo arriva anche un suo amico a mangiare, non vedo l’ora” esaltata scambiava queste parole con il proprio consorte, che gioiva anch’esso ma in maniera più contenuta.


Il dottor Andt nel suo giorno libero passò davanti ad una scuola e casualmente vide dei bambini divertirsi in cortile durante la ricreazione; con la coda dell’occhio gli sembrò di scrutare il piccolo Rember che giocava spensierato con i suoi coetanei. Non era del tutto sicuro che fosse Rember, ma non poteva nemmeno escluderlo a priori poiché lo aveva visto solo una volta e i tratti del suo viso erano abbastanza generici.

Le tristi parole del bambino gli riaffiorarono nella mente “non gioco con gli altri, non mi capiscono, a loro piace fare altre cose” “non mi piace parlare nemmeno con i miei genitori, urlano sempre e mi sgridano” “a me piace disegnare, da grande diventerò un artista; si come quello che ho visto nei libri di nonna, aveva fatto un’opera bellissima c’erano due tigri ed un pesce, uno usciva dalla bocca dell’altro”.

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